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Cassazione Civile, Ordinanza n. 03402/2025 del 10/02/2025

Giurisprudenza giuslavoristica

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

RIGETTO

Favorevole al resistente (lavoratore)

La controversia

Un dipendente di una società di telecomunicazioni era stato contestato disciplinarmente per avere, in alcune giornate, consultato senza autorizzazione determinate utenze telefoniche, incluse quelle di un dipendente della stessa società, e per avere bloccato alcune utenze pur senza ticket assegnato, in violazione dei doveri di diligenza, collaborazione e professionalità e del codice etico aziendale. Dopo le giustificazioni del lavoratore, la società intimava il licenziamento per giusta causa. Il Tribunale annullava il recesso e ordinava reintegrazione e risarcimento; la Corte d'appello confermava, ritenendo non dimostrata dall'azienda la correttezza dell'estrazione dei dati su cui si fondava l'addebito, la parzialità dell'indagine svolta e, quindi, l'insussistenza dei fatti e della giusta causa. In cassazione la società deduceva violazione degli artt. 115 e 132 c.p.c., 2697 c.c. e 5 L. n. 604/1966, sostenendo che la Corte territoriale avesse attribuito alla consulenza tecnica di parte valore probatorio improprio, avesse svalutato ingiustamente la testimonianza del responsabile della società incaricata dell'analisi tecnica e quella di altro teste, e avesse erroneamente preteso una verifica completa dell'intera giornata lavorativa per provare l'ascrivibilità delle condotte al dipendente.

La decisione

La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto corretta la qualificazione della consulenza tecnica di parte come mera allegazione difensiva priva di autonomo valore probatorio, utilizzabile ma non equiparabile a una prova in senso tecnico. Ha inoltre osservato che la società avrebbe potuto far deporre il tecnico che aveva svolto l'analisi, ma non lo aveva fatto; le ulteriori censure miravano in realtà a una rivalutazione del merito e delle prove, non consentita in sede di legittimità. Ha escluso sia il vizio di motivazione apparente ex art. 132 c.p.c., sia la violazione dell'art. 2697 c.c., perché la Corte d'appello non aveva invertito l'onere probatorio ma si era limitata a ritenere non assolto l'onere gravante sul datore di lavoro. Conseguentemente la ricorrente è stata condannata alle spese del giudizio di cassazione e al pagamento dell'ulteriore contributo unificato, ove dovuto.

Norme richiamate

  • art. 2119 c.c.

    richiamato quale base del licenziamento per giusta causa intimato dalla datrice di lavoro

  • art. 48 lett. b CCNL di categoria

    richiamato come ulteriore base contrattuale del recesso disciplinare

  • art. 115 c.p.c.

    la sua violazione non può essere dedotta per contestare la mera valutazione delle prove compiuta dal giudice di merito

  • art. 132, comma 2, n. 4 c.p.c.

    il vizio sussiste solo in caso di carenza obiettiva della motivazione; nel caso concreto la motivazione era chiara e completa

  • art. 2697 c.c.

    la violazione si configura solo se l'onere della prova viene attribuito a parte diversa da quella gravata; non quando il giudice ritenga non assolto l'onere da chi ne era onerato

  • art. 5 L. n. 604/1966

    richiamato nel motivo di ricorso in tema di prova della giusta causa/giustificatezza del licenziamento

  • art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.

    parametro di ricorribilità invocato per violazione/falsa applicazione di norme di diritto

  • art. 380-bis.1 c.p.c.

    richiamato per la trattazione in camera di consiglio

  • art. 118 disp. att. c.p.c.

    richiamato in relazione al contenuto della motivazione della sentenza

  • art. 116 c.p.c.

    la violazione è configurabile solo se il giudice attribuisce valore legale a prove non legali o disattende prove legali; non per la semplice valutazione del materiale istruttorio

  • art. 13, comma 1-quater, DPR n. 115/2002

    richiamato per il raddoppio del contributo unificato in caso di rigetto del ricorso

Massime di principio

  • La consulenza tecnica di parte ha natura di allegazione difensiva e non possiede autonomo valore probatorio: può essere prodotta e utilizzata, ma il giudice può valutarne il contenuto insieme alle altre risultanze istruttorie senza doverle attribuire efficacia probatoria pari alla consulenza disposta d'ufficio.
  • In sede di legittimità non è consentito sollecitare una nuova valutazione del merito o una diversa ponderazione delle prove; la Cassazione controlla solo la correttezza giuridica e la coerenza logico-formale della motivazione del giudice di merito.
  • La violazione dell'art. 2697 c.c. è configurabile soltanto quando il giudice addossa l'onere della prova alla parte sbagliata; se invece il giudice ritiene semplicemente non raggiunta la prova da parte di chi ne era onerato, la censura attiene alla valutazione del materiale probatorio e non alla ripartizione dell'onere.
  • Il vizio di motivazione apparente ricorre solo quando manchi una reale esplicitazione del percorso argomentativo; non sussiste se la sentenza di merito indica in modo comprensibile la ratio decidendi e le ragioni della decisione.
  • Le contestazioni disciplinari e il licenziamento per giusta causa devono essere sorretti da prova adeguata dei fatti addebitati; la parzialità dell'indagine o l'insufficienza degli elementi istruttori impediscono di ritenere dimostrata la condotta contestata.

Come è indicizzato

MaterieLicenziamentoImpugnazioni
RamiLavoroProcesso civile
SottomaterieGiusta causaRicorso per cassazione
IstitutiOnere della provaBuona fede e correttezza

Testo integrale

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