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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 41569/2025 del 29/12/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il Procuratore impugna l'ordinanza del Tribunale di riesame che aveva annullato il decreto del GIP che aveva disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca (diretta e per equivalente) in relazione al reato di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti (artt. 110 e 452-quaterdecies c.p.). Le doglianze principali riguardano: omissione nell'ordinanza del Tribunale dell'indicazione di tutti i soggetti coinvolti e della corretta imputazione; errata esclusione, da parte del Tribunale, del risparmio fiscale come "profitto" del reato per assenza di nesso di pertinenzialità; e la presunta mancanza, contraddittorietà o illogicità della motivazione ai sensi dell'art. 606 c.p.p.

La decisione

La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso fondato. Ha rilevato che, nella fattispecie, il meccanismo di interposizione fittizia e la continuità delle operazioni illecite rendevano il risparmio fiscale e il risparmio di spesa conseguenti all'attività di traffico illecito di rifiuti riconoscibili come "profitto" del reato e pertanto pertinenti alla confisca. Di conseguenza l'ordinanza del Tribunale di riesame è stata censurata (annullata) e la questione rimessa al giudice di merito per i provvedimenti conseguenti, con la conseguente possibilità di ripristino del sequestro disposto dal GIP nella misura ritenuta pertinente.

Norme richiamate

  • art. 452-quaterdecies cod. pen.

    Definisce il reato di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti. La Corte ribadisce che il profitto rilevante per la confisca deve derivare dal reato ma, nel settore del traffico illecito di rifiuti, può comprendere anche risparmi di spesa e vantaggi economici direttamente collegati all'organizzazione illecita (es. risparmio sui costi di smaltimento e risparmio fiscale ottenuto tramite meccanismi di interposizione).

  • art. 110 cod. pen.

    Richiamato per la configurazione della concorso di più soggetti nella commissione del reato; la pronuncia usa la norma per descrivere la pluralità di attori coinvolti nello schema illecito.

  • art. 321, comma 2 cod. proc. pen.

    Richiamato dal ricorrente per censurare vizi formali della decisione di riesame (omessa indicazione di soggetti e corretta imputazione). La Corte ha valutato tali rilievi nell'ambito della verifica di legittimità limitata alle violazioni di legge o a vizi motivazionali radicali.

  • art. 325 cod. proc. pen.

    La Corte ricorda che il ricorso per cassazione contro ordinanze in materia di misure reali è ammesso soltanto per violazione di legge; tuttavia la nozione comprende anche vizi motivazionali talmente gravi da rendere la motivazione assente o meramente apparente.

  • art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen.

    Invocato per censurare la motivazione (mancanza, contraddittorietà, illogicità). La Corte ha valutato le censure motivazionali e le ha ricollegate alla corretta interpretazione del nesso di pertinenzialità tra profitto e reato.

  • d.lgs. n. 21/2018 (trasposizione nel codice penale)

    Riferimento normativo che ha trasferito nell'ordinamento penale la disciplina del traffico illecito di rifiuti (continuità con l'art. 260 d.lgs. n. 152/2006). La Corte lo richiama per contestualizzare la fattispecie e la struttura del reato come attività continuativa e organizzata.

  • art. 260 d.lgs. n. 152/2006

    Norma storica che originariamente sanzionava il traffico illecito di rifiuti; utile per ricostruire la fattispecie e il concetto di gestione illecita e di occultamento della provenienza.

  • art. 19 d.lgs. n. 231/2001

    Richiamato in dottrina e giurisprudenza per chiarire che, ai fini della confisca diretta dell'ente, il profitto può comprendere utilità conseguenti anche indirettamente all'attività criminosa; la Corte usa questo orientamento analogicamente per sostenere l'ampia nozione di profitto quando sia direttamente generato dallo schema illecito.

Massime di principio

  • Nel reato di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti il "profitto" può includere non solo ricavi immediati ma anche risparmi di spesa e risparmi fiscali quando derivino in modo diretto e attuale dall'organizzazione illecita (es. meccanismi di interposizione e fatture inesistenti inserite in contabilità).
  • Per essere confiscabile, il profitto deve essere collegato al reato tramite un nesso di pertinenzialità/causalità: il collegamento può essere indiretto ma deve risultare concreto, materiale e attuale, non mero vantaggio futuro o ipotetico.
  • La verifica del nesso di pertinenzialità richiede che il giudice dimostri il meccanismo economico attraverso cui il reato ha prodotto il vantaggio (flussi finanziari, fatture, utilizzo in dichiarazioni fiscali, interposizione societaria, ecc.).
  • Il ricorso per cassazione contro provvedimenti in materia di misure reali è limitato alle violazioni di legge e ai vizi motivazionali gravi: però la Corte può intervenire quando il giudice di merito ha applicato erroneamente i criteri legali di identificazione del profitto o ha dato una motivazione manifestamente illogica.
  • In ipotesi di schemi fraudolenti che includono fatture soggettivamente inesistenti e società cartiere/interposte, gli effetti fiscali (e quindi il risparmio d'imposta) possono essere considerati parte integrante del profitto del reato principale se sono conseguenza dell'organizzazione illecita.
  • Pratica consigliata per situazioni analoghe: documentare puntualmente la catena economica e societaria (fatture, flussi bancari, utilizzo in dichiarazioni fiscali, collegamenti tra società) per provare il nesso causale tra condotta illecita e vantaggio patrimoniale richiesto per la confisca.

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