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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 11343/2023 del 16/03/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione della sentenza della Corte di appello di Potenza che aveva confermato la condanna di Giangrande per peculato e abuso d'ufficio continuati. I fatti contestati sono: appropriazione di numerose marche da bollo consegnate da avvocati e rinvenute, libere e non annullate, nel suo ufficio e nella sua abitazione (per diverse centinaia di pezzi) e omissione ripetuta, nei confronti dell'avv. Luca Di Mase, dell'esazione dei diritti di cancelleria per circa quaranta procedimenti (c.d. "legge Pinto"), con vantaggio patrimoniale per l'avvocato di 1.080 euro e danno per l'Erario. Il ricorrente ha proposto quattro censure: (i) insufficienza e vizio di motivazione sulla configurabilità del peculato (mancata individuazione, marca per marca, della provenienza e del fascicolo), (ii) errore di diritto nell'affermare che le marche costituiscano cosa "della pubblica amministrazione" o siano nella disponibilità per ragione d'ufficio, (iii) illegittimità della ricostruzione dell'abuso d'ufficio perchè la norma violata sarebbe di rango non legislativo (art. 30 d.P.R. n.115/2002) e la novella 2020 richiederebbe violazione di norma di legge, (iv) mancato accertamento del dolo, la cui prova sarebbe carente e che la condotta sarebbe eventualmente colposa.

La decisione

La Corte di cassazione ha respinto il ricorso e confermato la condanna. Sull'eccezione di merito (prima doglianza) ha ritenuto inammissibile la ricostruzione alternativa dei fatti proposta dalla difesa e ha ritenuto logica e supportata la valutazione dei giudici di merito circa l'illecito possesso e l'occultamento nelle stanze di casa di centinaia di marche. Sulla questione giuridica relativa al peculato (seconda doglianza) ha stabilito che l'art. 314 c.p. richiede solo che la cosa sia "altrui" e nella disponibilità dell'agente per ragione del suo ufficio; la marca da bollo è un valore/documento che può transitare per traditio e acquisirsi nella disponibilità dell'ufficio anche per prassi, perciò l'appropriazione è configurabile. Quanto all'abuso d'ufficio (terza doglianza), la Cassazione ha ritenuto che l'art. 30 d.P.R. n.115/2002, pur essendo un d.P.R., abbia forza e valore di legge perché adottato in attuazione di una legge delega e reca disposizioni di contenuto generale; inoltre la riforma del 2020 ha ristretto la fattispecie aggravandone la portata, ma nel caso di specie la disposizione violata è qualificabile come "atto avente forza di legge", quindi la condotta integra l'art. 323 c.p. Infine la doglianza sul dolo (quarta) è stata ritenuta infondata: la valutazione dei giudici del merito (e le circostanze probatorie quali PEC di sollecito inviate ad altri, fascicoli dell'avv. Di Mase rinvenuti a casa, intercettazioni, e altri elementi oggettivi) non è sindacabile in questa sede e giustificano la conclusione sulla volontarietà. Conclusione: impugnazione respinta e condanna confermata.

Norme richiamate

  • art. 314 cod. pen.

    La norma richiede che la cosa appropriata sia "altrui" e nella disponibilità dell'agente per ragione del suo ufficio; non è necessario che la cosa sia di proprietà pubblica, basta la disponibilità derivante dall'ufficio o da prassi d'ufficio

  • art. 323 cod. pen. (abuso d'ufficio)

    Dopo la novella 2020 la fattispecie richiede la violazione di norme contenute in "legge o atti aventi forza di legge"; la violazione di atti di rango inferiore non è più sufficiente

  • art. 192 cod. proc. pen.

    Regola il valore degli indizi e la necessità di pluralità e congruenza; la Corte ha ritenuto che i fatti e gli elementi complessivi costituiscano indizi sufficienti e logicamente concatenati

  • art. 3, comma 1, d.P.R. n. 642/1972

    l'imposta di bollo si corrisponde secondo le indicazioni della tariffa allegata mediante pagamento dell'imposta ad intermediario convenzionato con l'Agenzia delle entrate, il quale rilascia, con modalità telematiche, apposito contrassegno

    La marca da bollo è considerata un valore/documento che attesta il pagamento del tributo; non è necessario che sia "proprietà" trasferibile per configurare il peculato: è rilevante la disponibilità materiale acquisita in virtù dell'ufficio o di una prassi

  • d.P.R. n. 115/2002 (art. 30, testo unico delle spese di giustizia)

    La disposizione impone al funzionario la riscossione di oneri e diritti; la Corte ha ritenuto che il d.P.R., nelle parti a contenuto generale ed emanato in attuazione di legge delega, abbia valore di atto avente forza di legge e quindi la sua violazione può integrare l'abuso d'ufficio

  • legge n. 50/1999 (art. 1, alleg. 1, n. 10) - delega

    Richiamata per spiegare che il d.P.R. n.115/2002 è stato emanato in attuazione di una legge delega e quindi può assumere valore di atto con forza di legge

  • legge n. 59/1979 (art. 1) e R.D. n. 1368/1941 (art. 134, comma 7)

    Citate per ricostruire l'origine normativa delle disposizioni confluite nel d.P.R. n.115/2002 e per corroborare la qualificazione di quelle norme come aventi forza di legge

Massime di principio

  • Per il delitto di peculato non è necessario che la cosa appropriata sia formalmente proprietà della pubblica amministrazione: è sufficiente che sia "altrui" e che l'agente l'abbia nella disponibilità per ragione del suo ufficio, anche se tale disponibilità derivi da prassi d'ufficio
  • Il rinvenimento di un numero elevato di valori o documenti riconducibili a rapporti d'ufficio, il loro occultamento in ambito domestico e altri elementi concreti (fascicoli collegati, comunicazioni, intercettazioni) possono costituire un quadro indiziario valido senza dover individuare marca per marca il fascicolo originario
  • Dopo la modifica del 2020, l'abuso d'ufficio si configura solo se è violata una norma contenuta in legge o in un atto avente forza di legge; tuttavia alcuni atti amministrativi (es. d.P.R. emanati in attuazione di legge delega e contenenti norme di carattere generale) possono essere qualificati come atti aventi forza di legge
  • La valutazione del dolo e della credibilità delle dichiarazioni è essenzialmente di merito: la Cassazione sindaca la logica e la coerenza delle conclusioni dei giudici di merito ma non riconsidera liberamente le prove raccolte
  • L'esistenza di prassi consolidate nell'ufficio che pongono il funzionario nella disponibilità materiale di beni o valori trasferiti dagli utenti può giustificare la configurabilità del reato anche se la prassi è irregolare

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