Sentenza del 23/01/2023 n. 68 - Corte di giustizia tributaria di secondo grado delle Marche
Diniego ad istanza di interpello disapplicativo (art. 30 l. 724/1994) - è impugnabile
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al ricorrente
Prevale l’amministrazione
La controversia
La Direzione Regionale ha impugnato la sentenza che aveva accolto il ricorso della società contribuente avverso il diniego dell'istanza di interpello disapplicativo ex art. 30 L. 724/1994. L'appellante deduceva in particolare: (i) la non impugnabilità autonoma del diniego all'interpello disapplicativo e la conseguente carenza di interesse ad agire ex art. 100 c.p.c.; (ii) l'errata valutazione dei fatti da parte del giudice di primo grado; (iii) che la società, pur in liquidazione volontaria, è di fatto una "società di comodo" (non operativa) e pertanto ricadente nell'ambito applicativo dell'art. 30 L. 724/1994. La Direzione ha portato prove investigative (richiamo ad accertamenti della Guardia di Finanza) rilevando l'assenza di dipendenti, di attrezzature e dotazioni strumentali, disponibilità patrimoniali limitate al credito IVA e crediti verso soci, sostenendo quindi la corretta applicazione delle presunzioni previste dalla normativa.
La decisione
La Corte Tributaria Regionale ha accolto l'appello della Direzione Regionale e ha riformato la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale, confermando l'atto di diniego dell'istanza di disapplicazione. Pur richiamando l'orientamento giurisprudenziale secondo cui il diniego all'interpello disapplicativo è impugnabile, la Corte ha ritenuto fondati i motivi di merito dell'appellante: la società era una reale società di comodo e non una società con operatività limitata; lo stato di liquidazione era volontario e quindi non rientrava tra le cause di esclusione dalla disciplina delle società non operative (che riguardano esclusivamente procedure concorsuali e soggette a controllo di un organo terzo). Essendo le ipotesi di esclusione tassative, la liquidazione volontaria non autorizza la disapplicazione dell'art. 30. Conseguentemente il diniego è stato confermato e M. Srl è stata condannata al pagamento delle spese di lite del primo e del secondo grado in favore dell'Agenzia delle Entrate.
Norme richiamate
L. 27 dicembre 1994, n. 724, art. 30
comma 1, comma 3, comma 4-bis, comma 4-quater
Art. 30 disciplina la presunzione di reddito per le "società non operative"; il diniego dell'interpello disapplicativo è collegato all'applicazione di tale disposizione. Le cause di esclusione (procedure concorsuali, amministrazione controllata/straordinaria, fallimento, liquidazione coatta, concordato, liquidazione giudiziale) sono tassative; la liquidazione volontaria non rientra tra esse.
D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19
Elenca tipologie di atti impugnabili in materia tributaria; la giurisprudenza consente un'interpretazione estensiva, ritenendo impugnabile anche il diniego di interpello quale atto che comunica la pretesa tributaria.
Codice di Procedura Civile, art. 100
Il giudice ha ritenuto che la società contribuente avesse interesse qualificato ad agire ai sensi dell'art. 100 c.p.c. per ottenere un pronunciamento idoneo a chiarire la propria posizione nei confronti dell'Amministrazione; tuttavia la questione dell'interesse non ha impedito l'accoglimento dell'appello per motivi di merito.
D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 37-bis
Disciplina l'istituto dell'interpello disapplicativo; la giurisprudenza ha ritenuto il diniego implicare una comunicazione formalmente impugnabile riguardo alla pretesa tributaria.
L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 1, comma 128/129
Contiene le disposizioni che hanno introdotto e specificato le regole sulle società non operative. Va interpretata restrittivamente; le eccezioni vengono ricondotte alle fattispecie tassativamente indicate.
Massime di principio
- Il diniego dell'interpello disapplicativo può essere impugnato: la giurisprudenza ammette l'impugnazione autonoma quando il provvedimento comunica in modo chiaro la pretesa tributaria e le sue ragioni.
- La mancata impugnazione del diniego non preclude necessariamente la possibilità di contestare successivamente la pretesa tributaria, ma impugnare può dare una pronuncia anticipata e idonea a chiarire la posizione del contribuente.
- L'onere della prova circa l'assenza di operatività (o la presenza di una causa di esclusione) grava sul contribuente che invoca l'esenzione dall'applicazione dell'art. 30; la documentazione e gli elementi concreti (dipendenti, mezzi, attrezzature, fonti di ricavo operative) sono essenziali.
- Le ipotesi di esclusione dall'applicazione della disciplina delle società non operative sono tassative e vanno interpretate restrittivamente: la liquidazione volontaria non costituisce di per sé motivo di esclusione, a differenza delle procedure soggette a controllo di un organo terzo (es. fallimento, concordato, liquidazione giudiziale, amministrazioni controllate/straordinarie).
- La qualificazione di "società di comodo" trova riscontro in elementi quali assenza di dipendenti, mancanza di strutture operative e di beni strumentali, e presenza di asset patrimoniali riferibili a crediti fiscali o verso soci; tali indici possono legittimare l'applicazione delle presunzioni previste dalla normativa.
- Le norme che prevedono deroghe sostanziali all'ordinario regime tributario devono essere interpretate in modo rigoroso: non è ammessa estensione analogica delle cause di esclusione non previste espressamente dalla legge.
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