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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 9269/2025 del 06/03/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere applicata dal GIP del Tribunale di Palermo per reati tra cui associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.), delitti in materia di stupefacenti (art. 74 d.P.R. n. 309/1990), estorsione (art. 629 c.p.) e lesioni, nonché contestazione di recidiva e aggravanti. Il ricorrente ha denunciato: nullità per mancata autonoma valutazione della richiesta cautelare; vizi di motivazione e violazioni di legge relative alla qualificazione della partecipazione associativa, alla valorizzazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Fabio Fernandez e Alessio Puccio) e della persona offesa (Alessandro La Dolcetta), alla mancata considerazione di elementi difensivi (es. licenziamento della sorella), al ricorso a prove consistenti in "droga parlata" e all'assenza di riscontri per il reato di estorsione; infine, censura della motivazione sulle esigenze cautelari ritenute sorrette in modo apparente dalla mera richiamata doppia presunzione dell'art. 275, comma 3 c.p.p.

La decisione

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile. Alcuni motivi sono stati ritenuti indeducibili per tardività (mancata proposizione in sede di riesame) o generici e aspecifici; quelli esaminati nel merito sono stati rigettati. Il Tribunale ha ritenuto convergenti i gravi indizi di colpevolezza nelle dichiarazioni dei collaboratori (Puccio, Fernandez), nelle dichiarazioni della persona offesa (La Dolcetta), nelle intercettazioni, nelle riprese video (pestaggio) e nelle risultanze investigative (arresto in flagranza del coindagato con 1,1 kg di hashish collegato a passaggi riconducibili allo Zappulla), nonché il favoreggiamento della latitanza di Nicolò Di Michele. Il Tribunale ha ritenuto adeguata la misura della custodia cautelare, invocando la "doppia presunzione" di cui all'art. 275, comma 3 c.p.p. per i reati di mafia e la persistenza del pericolo di reiterazione. Il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e al pagamento, in via equitativa, di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.

Norme richiamate

Massime di principio

  • Nei procedimenti per reati di mafia, la c.d. "doppia presunzione" dell'art. 275, comma 3 c.p.p. rende più agevole per il giudice la conferma della custodia cautelare se non è provato il distacco dall'associazione.
  • Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, se corroborate da riscontri (intercettazioni, arresti, sequestri, riprese video), possono costituire gravi indizi di colpevolezza anche in assenza di prova piena; la loro valutazione può reggere il giudizio cautelare.
  • Le censure generiche, diluite e non specifiche rispetto agli elementi probatori sono spesso inefficaci: il rimedio è spiegare in modo puntuale quali specifici riscontri contrari esistono e come essi incidono sulle singole valutazioni del giudice.
  • La cosiddetta "droga parlata" può essere integrata e superata dalla presenza di riscontri oggettivi (arresti, sequestri, passaggi di stupefacente) che collegano le conversazioni a fatti concreti.
  • Le contestazioni procedurali (es. nullità per mancata autonoma valutazione) devono essere proposte nei termini e nei modi previsti; altrimenti sono inammissibili o indeducibili.
  • Per ottenere la revoca o l'attenuazione di misure cautelari in reati associativi è utile produrre elementi concreti e attuali di dissociazione dall'organizzazione (comportamenti, collaborazioni, elementi oggettivi che segnino la recisione del vincolo).
  • Le misure cautelari per reati connotati da elevata pericolosità sociale e violenza sono sostenute anche dall'analisi della personalità dell'indagato e dalla sussistenza di precedenti e recidiva; bisogna affrontare questi profili con prove concrete per contrastare la misura.

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