Cassazione Civile, Ordinanza n. 33155/2023 del 29/11/2023
Sintesi
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Favorevole al resistente (convenuto)
La controversia
La controversia nasce da una domanda di accertamento della proprietà di un terreno sito in Ugento, adibito a parcheggio. I ricorrenti sostenevano che il fondo, in precedenza indicato come appartenente alla s.r.l. Club 64 e poi residuato al momento dello scioglimento della società, fosse stato illegittimamente trasferito a terzi dopo che alcuni convenuti, dichiaratisi proprietari per usucapione, lo avevano donato a un altro soggetto. In primo grado la domanda era stata accolta, ma la Corte d’appello ha riformato la decisione ritenendo non assolto l’onere probatorio proprio dell’azione di rivendica, per mancanza dell’atto di acquisto della società e per ulteriori elementi contrari; ha inoltre rilevato che non era stata provata la qualità di soci degli attori al momento della liquidazione. Con il ricorso per cassazione sono stati dedotti: violazione dell’art. 948 c.c., degli artt. 112 e 360 n. 5 c.p.c., per asserito errato inquadramento della domanda come rivendica anziché come mero accertamento del diritto di proprietà e per omesso esame di fatti decisivi; nonché violazione degli artt. 112, 342 e 345 c.p.c., per avere la Corte territoriale considerato una questione ritenuta nuova in appello relativa alla probatio diabolica.
La decisione
La Corte di cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha ritenuto fondato il rilievo dei controricorrenti secondo cui il ricorso non aveva censurato tutte le rationes decidendi della sentenza di appello: i ricorrenti avevano attaccato solo la prima motivazione, relativa alla qualificazione della domanda e al rigore probatorio dell’azione di rivendica, ma non anche la seconda ratio, autonoma e sufficiente da sola a sorreggere il rigetto, fondata sul difetto di prova della qualità di soci dei ricorrenti al momento della liquidazione della società. Ne è conseguita la condanna dei ricorrenti alle spese di lite e all’ulteriore contributo unificato, se dovuto.
Norme richiamate
richiamato come norma sulla rivendica e sul relativo onere probatorio, che la Corte territoriale ha ritenuto non assolto
invocato come vizio di violazione e falsa applicazione di legge
invocato come omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti
invocato per dedotta ultrapetizione/omessa corrispondenza tra chiesto e pronunciato
richiamato in relazione ai limiti dell’appello e alla dedotta novità della questione
richiamato per il divieto di nova in appello
richiamato per la memoria successiva al ricorso
art. 13, comma 1-quater, D.P.R. 115/2002
richiamato per il raddoppio del contributo unificato in caso di rigetto/inammissibilità
Sez. 3, n. 13880 del 6 luglio 2020
citata per il principio per cui l’omessa censura di una ratio decidendi autonoma determina l’inammissibilità del ricorso
Massime di principio
- Quando la sentenza impugnata è sorretta da una pluralità di rationes decidendi autonome e ciascuna idonea da sola a reggere il decisum, il ricorso per cassazione è inammissibile se censura solo alcune di esse e ne lascia intatta almeno una.
- Nel giudizio di rivendica il difetto di prova della proprietà del bene, compresa la mancata dimostrazione della catena degli acquisti e della titolarità in capo al soggetto che si assume dante causa, è decisivo e impedisce l’accoglimento della domanda.
- La deduzione di errori di qualificazione giuridica della domanda o di pretesi vizi processuali non consente l’accoglimento del ricorso se permane una distinta motivazione della decisione di merito che non è stata specificamente aggredita.
- Il giudizio di cassazione richiede una censura specifica e completa della motivazione decisoria effettivamente posta a base della sentenza impugnata; l’omissione di una ratio autonoma comporta l’inammissibilità del ricorso.
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