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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 20184/2025 del 29/05/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Domanda di riparazione per ingiusta detenzione avanzata in relazione alla custodia cautelare eseguita sul loro dante causa (Giuseppe Gangemi) dal 26/01/2017 (fermo) al 12/04/2017 (carcere) e agli arresti domiciliari da tale data fino al 21/12/2020; il dante causa era poi stato assolto per insussistenza dei fatti con sentenza del Tribunale di Palmi del 21/12/2020 divenuta irrevocabile il 06/07/2021. I ricorrenti hanno censurato la decisione della Corte d'appello di Reggio Calabria che aveva rigettato la domanda ritenendo sussistente la causa ostativa della colpa grave: hanno dedotto errori di applicazione dell'art.314 c.p.p. e degli artt.273 e 280 c.p.p., vizio di motivazione e travisamento dei fatti, sostenendo che la sentenza di proscioglimento dimostra l'insussistenza originaria delle condizioni di applicabilità della misura e che la Corte territoriale non avrebbe tenuto correttamente conto degli accertamenti del giudice di merito.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi. Ha condiviso la valutazione della Corte d'appello secondo cui il diritto all'indennizzo era ostato dalla colpa grave del dante causa. In particolare la Corte ha ritenuto che la frequentazione con un noto esponente della famiglia mafiosa Piromalli, la ripetuta intermediazione tramite un soggetto (Alessandro Pronesti) che filtrava i contatti, le modalità comunicative allusive e criptiche emerse dalle intercettazioni e la comune provenienza territoriale costituivano elementi idonei a configurare una condotta gravemente colposa e concausale rispetto alla misura cautelare, così da escludere la riparazione. La Corte ha inoltre ricordato i limiti e i poteri del giudice della riparazione (possibilità di rivalutare i fatti ma obbligo di confronto con la sentenza di cognizione). Condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e rifusione delle spese del Ministero.

Norme richiamate

  • art.416-bis cod.pen.

    Delitto associativo con finalità mafiose: era il capo imputato nell'originario procedimento penale dai cui accertamenti sono derivate le misure cautelari.

  • art.71 d.lgs. n.159/2011

    Norma collegata alle aggravanti/contesto antimafia richiamata nel capo di imputazione originario.

  • art.315 cod.proc.pen.

    Individua la competenza del giudice adito per le domande di riparazione per ingiusta detenzione (competenza della Corte d'appello come giudice della riparazione).

  • art.314 cod.proc.pen.

    Prevede che non spetta l'indennizzo quando il comportamento dell'istante abbia, con dolo o colpa grave, causato o concorso a causare la custodia cautelare: norma centrale per escludere la riparazione nel caso concreto.

  • art.273 cod.proc.pen.

    Regole sulla valutazione dei gravi indizi di colpevolezza per l'adozione di misure cautelari; diverso standard di prova rispetto al giudizio di merito e rilevante nella distinzione tra insussistenza originaria e valutazione diversa degli stessi elementi.

  • art.280 cod.proc.pen.

    Rilevante nella disciplina delle condizioni di applicabilità delle misure cautelari (richiamata nelle censure dei ricorrenti in tema di insussistenza originaria).

  • art.606 cod.proc.pen.

    Individua i motivi di ricorso per cassazione invocati dai ricorrenti (errori di diritto, vizio di motivazione, travisamento dei fatti).

  • Sez. U., n. 32383 del 27/05/2010 (D'Ambrosio)

    Giurisprudenza richiamata in tema di 'ingiustizia formale' e del principio secondo cui la colpa grave che abbia concorso a causare la misura ostacola l'indennizzo; distinta applicabilità quando l'insussistenza originaria delle condizioni è accertata con giudicato cautelare.

  • Giurisprudenza di legittimità richiamata (es. Maniscalco, Denaro, Puro, ecc.)

    Costante principio secondo cui le frequentazioni ambigue con soggetti dediti ad attività illecite possono costituire indizio di colpa grave idoneo a impedire il riconoscimento dell'equo indennizzo, purché sia dimostrata la loro incidenza causale sulla decisione cautelare.

Massime di principio

  • La domanda di riparazione per ingiusta detenzione è esclusa se emerge che il comportamento del detenuto ha, con dolo o colpa grave, concorso a determinare la misura cautelare (art.314 c.p.p.).
  • La frequentazione 'ambigua' di soggetti notoriamente coinvolti in attività criminali può integrare la colpa grave quando le modalità e la qualità dei rapporti appaiono concausali rispetto all'adozione della misura.
  • Il giudice della riparazione può rivalutare i fatti emersi nel processo penale ma deve confrontarsi con le argomentazioni e gli accertamenti del giudice della cognizione e non può ritenere provati fatti che il giudice di merito ha espressamente escluso.
  • L'uso di linguaggio criptico, intermediari che filtrano i contatti e modalità di comunicazione riservate sono indici rilevanti che possono rafforzare l'apparenza di adesione a un sodalizio criminoso e giustificare l'esclusione dell'indennizzo.
  • Non ogni diversa valutazione degli stessi elementi tra giudice cautelare e giudice di merito produce automaticamente il diritto all'indennizzo: va valutata la distinzione tra insussistenza originaria delle condizioni cautelari e diversa valutazione degli stessi elementi probatori.
  • Nelle controversie sul diritto all'indennizzo l'onere di dimostrare l'assenza di qualsiasi contributo colposo o doloso del detenuto nel determinare la misura è rilevante: spiegazioni credibili e non contraddette sono rilevanti, ma possono essere valutate non convincenti se contraddette da altri elementi indiziari.

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