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Cassazione Civile, Ordinanza n. 04512/2024 del 20/02/2024

Giurisprudenza civile

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

INAMMISSIBILITA

Favorevole al resistente (locatore)

La controversia

La lite nasce da un rapporto di locazione di un immobile di proprietà dei resistenti, detenuto dalla ricorrente in forza di un contratto preliminare di locazione e poi di un contratto definitivo. I locatori ottennero un decreto ingiuntivo per il pagamento di varie somme: indennità di occupazione dell'immobile, deposito cauzionale previsto dal contratto definitivo e non versato, imposta di registro e indennità ex art. 1591 c.c. per i mesi di gennaio e febbraio 2016, assumendo che, pur dopo la riconsegna materiale delle chiavi e il recesso comunicato al 31.12.2015, la restituzione non fosse stata correttamente eseguita perché nei locali erano rimasti beni mobili della conduttrice. La società propose opposizione e poi appello, contestando l'applicazione degli artt. 1590 e 1591 c.c. e deducendo che il verbale di consegna era stato sottoscritto dai locatori senza contestazioni, che la Corte territoriale aveva male valutato le prove, che non vi fosse prova della mancata riconsegna corretta del bene e che fosse stato omesso l'esame di un fatto decisivo relativo alla liberazione dei locali. In cassazione articolò tre motivi: violazione di legge e degli artt. 1590, 1591, 1362, 1220, 1218 e 2697 c.c.; violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. per asserita errata valutazione del materiale probatorio; omesso esame di un fatto storico decisivo ex art. 360 n. 5 c.p.c., sempre incentrato sulla ricostruzione della riconsegna dell'immobile e sulla riferibilità dei beni rinvenuti alla conduttrice.

La decisione

La Corte di cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha ritenuto che il primo motivo non fosse correlato alla motivazione della sentenza impugnata e, in sostanza, mirasse a contestare la ricostruzione fattuale e la valutazione delle prove, senza configurare un vero vizio di violazione di legge. Ha escluso che le censure sugli artt. 115 e 116 c.p.c. fossero ammissibili, poiché si risolvevano nella richiesta di una diversa lettura delle risultanze istruttorie e non nella deduzione dei rigorosi presupposti della violazione di tali norme. Ha parimenti reputato inammissibile il terzo motivo, perché non denunciava un omesso esame di un fatto storico decisivo, ma una diversa valutazione delle prove. Il ricorso è stato quindi respinto in rito, con condanna della ricorrente alle spese del giudizio di legittimità e con attestazione dei presupposti per il versamento dell'ulteriore contributo unificato.

Norme richiamate

  • art. 1590 c.c.

    disciplina l'obbligo del conduttore di restituire la cosa locata al termine del rapporto; la censura della ricorrente non era idonea a dimostrare un'erronea applicazione della norma perché mirava a rivalutare i fatti accertati dal giudice di merito.

  • art. 1591 c.c.

    richiamato per l'indennità dovuta in caso di ritardata restituzione dell'immobile; la contestazione della ricorrente è stata ritenuta inammissibile in quanto diretta a sovvertire l'accertamento di merito sulla mancata integrale liberazione dei locali.

  • art. 1362 c.c.

    evocato dalla ricorrente tra le norme asseritamente violate, ma senza una concreta censura di interpretazione negoziale coerente con la motivazione impugnata.

  • art. 1220 c.c.

    richiamato dalla ricorrente; la Corte non ha ravvisato una specifica violazione di diritto, ma solo una contestazione fattuale.

  • art. 1218 c.c.

    richiamato come norma sulla responsabilità per inadempimento; la doglianza non ne ha dimostrato una falsa applicazione, limitandosi a contestare la ricostruzione del fatto.

  • art. 2697 c.c.

    la violazione dell'onere della prova è configurabile solo se il giudice attribuisce l'onere a una parte diversa da quella gravata secondo la scomposizione della fattispecie; non basta contestare la valutazione delle prove.

  • art. 115 c.p.c.

    la sua violazione ricorre solo se il giudice fonda la decisione su prove non introdotte dalle parti o disposte d'ufficio fuori dai casi consentiti; non è deducibile quando si contesti il peso attribuito alle prove ritualmente acquisite.

  • art. 116 c.p.c.

    la violazione sussiste solo se il giudice attribuisce a una risultanza probatoria un valore diverso da quello previsto dalla legge o nega il prudente apprezzamento imposto; non quando la censura riguarda il cattivo esercizio del prudente apprezzamento.

  • art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.

    mezzo per denunciare violazione o falsa applicazione di legge; non è utilizzabile per contestare la mera ricostruzione del fatto.

  • art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c.

    consente solo la denuncia dell'omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, decisivo e discusso; non consente di sindacare la sufficienza o la persuasività della motivazione né la diversa valutazione delle prove.

  • art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c.

    rileva solo l'anomalia motivazionale che si traduce in violazione di legge costituzionalmente rilevante, non la mera insufficienza della motivazione.

  • art. 132 c.p.c., n. 4

    richiamato in relazione ai limiti del sindacato sulla motivazione, confinato alle anomalie estreme.

  • art. 380-bis.1 c.p.c.

    indicata come base della trattazione in camera di consiglio.

  • art. 13, comma 1-quater, d.P.R. n. 115 del 2002

    richiamato per l'obbligo di versamento dell'ulteriore contributo unificato in caso di rigetto o inammissibilità del ricorso.

  • art. 1, comma 17, l. n. 228 del 2012

    norma che ha inserito l'art. 13, comma 1-quater, d.P.R. n. 115 del 2002.

Massime di principio

  • Il vizio di violazione o falsa applicazione di legge è deducibile solo quando il giudice di merito abbia male individuato o interpretato la regola giuridica astratta; non può essere usato per ottenere una rivalutazione della fattispecie concreta o delle prove.
  • La violazione dell'art. 2697 c.c. sussiste soltanto se il giudice di merito abbia invertito l'onere della prova rispetto alla corretta scomposizione tra fatti costitutivi ed eccezioni; non quando la parte contesti l'esito dell'apprezzamento probatorio.
  • La violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non si configura per il semplice dissenso rispetto al peso attribuito alle prove ritualmente acquisite, ma solo se il giudice utilizza prove non introdotte dalle parti o attribuisce alle risultanze un valore probatorio incompatibile con la disciplina legale.
  • Nel giudizio di legittimità, il motivo ex art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. è ammissibile solo se denuncia l'omesso esame di un fatto storico decisivo e discusso; è invece inammissibile quando mira a sollecitare una nuova valutazione delle emergenze istruttorie.
  • La censura per cassazione deve essere specificamente correlata alla motivazione della sentenza impugnata: un motivo che selezioni solo frammenti della motivazione, ignorandone le parti decisive, è inammissibile per difetto di pertinenza.
  • La contestazione della persuasività della motivazione e della ricostruzione del fatto resta, in linea di principio, riservata al giudice di merito e non è sindacabile in cassazione, salvo i limiti estremi dell'anomalia motivazionale.
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  • ricorrente":"società conduttrice di immobile commerciale, soccombente nei precedenti gradi e ricorrente per cassazione","resistente":"proprietari locatori dell'immobile, controricorrenti e vittoriosi nei gradi di merito","ruolo_ricorrente":"conduttore","ruolo_resistente":"locatore","motivo":"La lite nasce da un rapporto di locazione di un immobile di proprietà dei resistenti, detenuto dalla ricorrente in forza di un contratto preliminare di locazione e poi di un contratto definitivo. I locatori ottennero un decreto ingiuntivo per il pagamento di varie somme: indennità di occupazione dell'immobile, deposito cauzionale previsto dal contratto definitivo e non versato, imposta di registro e indennità ex art. 1591 c.c. per i mesi di gennaio e febbraio 2016, assumendo che, pur dopo la riconsegna materiale delle chiavi e il recesso comunicato al 31.12.2015, la restituzione non fosse stata correttamente eseguita perché nei locali erano rimasti beni mobili della conduttrice. La società propose opposizione e poi appello, contestando l'applicazione degli artt. 1590 e 1591 c.c. e deducendo che il verbale di consegna era stato sottoscritto dai locatori senza contestazioni, che la Corte territoriale aveva male valutato le prove, che non vi fosse prova della mancata riconsegna corretta del bene e che fosse stato omesso l'esame di un fatto decisivo relativo alla liberazione dei locali. In cassazione articolò tre motivi: violazione di legge e degli artt. 1590, 1591, 1362, 1220, 1218 e 2697 c.c.; violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. per asserita errata valutazione del materiale probatorio; omesso esame di un fatto storico decisivo ex art. 360 n. 5 c.p.c., sempre incentrato sulla ricostruzione della riconsegna dell'immobile e sulla riferibilità dei beni rinvenuti alla conduttrice.","risultato":"La Corte di cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. 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Come è indicizzato

MaterieLocazione commercialeInadempimentoImpugnazioni
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SottomaterieRicorso per cassazione
IstitutiOnere della provaBuona fede e correttezza

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