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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 37996/2025 del 24/11/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Domanda di riparazione per ingiusta detenzione per complessivi 621 giorni (carcere e arresti domiciliari) in relazione a procedimenti per reati connessi agli articoli 110 c.p. e 73 d.P.R. 309/90 (capo 214) e artt. 10, 12, 14 l. 497/74 aggravati dall'art. 7 l. 203/91 (capo 216). Il ricorrente era stato assolto in via definitiva con sentenza irrevocabile il 04/01/2022. La Corte d'appello di Catanzaro aveva rigettato l'istanza di riparazione ritenendo che emergessero "frequentazioni ambigue" con soggetti inseriti in circuiti di traffico di stupefacenti, desunte da conversazioni intercettate, che integravano una condotta di grave imprudenza (colpa grave) idonea a escludere il diritto all'indennizzo ex art. 314 c.p.p. Il ricorso in Cassazione ha censurato la decisione sostenendo che si era fatto ricadere sul ricorrente il valore penalmente pregiudizievole di mere supposizioni e che mancava una condotta attiva riferibile allo stesso.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso: ha ritenuto congrua e logica la motivazione della Corte d'appello, che ha valorizzato conversazioni (anche una diretta tra Butera e Saladino) come indice di rapporti di familiarità non occasionali con soggetti condannati per reati di stupefacenti, idonei, secondo il giudice della riparazione, a creare nell'Autorità il ragionevole convincimento del coinvolgimento del ricorrente e quindi a integrare colpa grave. La Cassazione ha confermato il principio che il giudice della riparazione ha autonomia valutativa ex ante e può rivalutare il materiale probatorio ai fini di verificare se vi sia stato dolo o colpa grave che abbia cagionato o mantenuto la custodia cautelare, con divieto però di avvalersi di circostanze escluse in sede di cognizione. Conseguentemente il ricorso è stato rigettato e il ricorrente condannato alle spese processuali e alla rifusione delle spese dell'Amministrazione resistente (liquidate in euro 1.000).

Norme richiamate

  • art. 314 cod. proc. pen.

    Norma centrale: esclude il diritto all'equa riparazione se l'interessato ha dato causa, per dolo o per colpa grave, all'instaurazione o al mantenimento della custodia cautelare. La Corte l'ha interpretata nel senso che frequentazioni ambigue possono integrare colpa grave se, secondo criteri di ragionevolezza ex ante, sono idonee a determinare il doveroso intervento dell'Autorità.

  • art. 43 cod. pen.

    Richiamata nella definizione giuridica di colpa: la colpa grave si identifica con comportamento caratterizzato da macroscopica negligenza, imprudenza o trascuratezza; la Corte lo applica per valutare se la condotta del ricorrente abbia creato una situazione prevedibile di intervento dell'Autorità.

  • art. 110 cod. pen.

    Norma materiale relativa al concorso di persone nel reato, citata in relazione ai capi d'accusa che avevano originariamente determinato le misure cautelari; non oggetto di interpretazione autonoma nella decisione sulla riparazione.

  • art. 73 d.P.R. 309/90

    Normativa sugli stupefacenti applicata ai capi d'accusa; serve a contestualizzare la gravità dei fatti ma non modifica il parametro applicato ai fini dell'art. 314 c.p.p.

  • artt. 10, 12, 14 l. 497/74 e art. 7 l. 203/91

    Norme richiamate in relazione ad altri capi di imputazione; utilizzate esclusivamente per ricostruire il quadro fattuale oggetto del procedimento di cognizione.

  • Giurisprudenza delle Sezioni Unite e delle Sezioni Penali della Cassazione (massime citate)

    La Corte ha richiamato orientamenti consolidati (Sez. U. e varie pronunce) che definiscono i concetti di dolo e colpa grave ai fini dell'art. 314 c.p.p., il principio dell'autonomia del giudice della riparazione rispetto al giudizio di cognizione e la nozione di 'frequentazioni ambigue' come potenziale ostativo al risarcimento quando sussista almeno una concausalità rispetto all'adozione della misura cautelare.

Massime di principio

  • La mera assoluzione in sede di cognizione non garantisce automaticamente il diritto all'indennizzo: se emerge che l'interessato ha avuto comportamenti (anche non delittuosi) di dolosa o gravemente colposa negligenza che hanno determinato o favorito la misura cautelare, il diritto può essere escluso ai sensi dell'art. 314 c.p.p.
  • Le 'frequentazioni ambigue' con soggetti inseriti in circuiti criminali possono integrare colpa grave se, in base a un giudizio ex ante di ragionevolezza, risultano idonee a suscitare il doveroso intervento dell'Autorità e si stabilisce una concausalità rispetto alla misura cautelare.
  • Il giudice della riparazione ha autonomia valutativa rispetto al giudice della cognizione: può rivalutare il medesimo materiale probatorio non per accertare reati ma per verificare se determinati comportamenti siano stati fattore condizionante della detenzione; tuttavia non può avvalersi di circostanze che in sede di cognizione sono state escluse come non provate.
  • Non è sufficiente il sospetto o indizi vaghi: per escludere l'indennizzo occorre dimostrare dolo o colpa grave, ossia una condotta attiva o una negligenza macroscopica prevedibile come causa dell'intervento restrittivo.
  • Conversazioni intercettate che riguardano terzi possono essere valorizzate se il giudice spiega logicamente perché esse dimostrano rapporti di familiarità e partecipazione tali da poter indurre l'Autorità a intervenire; la motivazione deve indicare il nesso di concausalità con l'adozione della custodia cautelare.
  • In casi simili, il richiedente dovrebbe documentare e provare la legittimità dei rapporti tenuti (es. cause lecite delle frequentazioni, mancanza di ruoli attivi), mentre l'Amministrazione e il giudice della riparazione devono motivare in modo congruo e logico l'idoneità delle condotte a costituire colpa grave.

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