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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 11819/2022 del 30/03/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso contestava la conferma della condanna per corruzione continuata per atti contrari ai doveri d'ufficio (capo G) e per rivelazione di segreti d'ufficio (capo H). Secondo la Corte d'appello l'imputato avrebbe procurato, in favore di Ugo Antonio Barchiesi, atti coperti da segreto investigativo custoditi presso la Compagnia Carabinieri di Policoro e, inoltre, avrebbe consegnato copia di un esposto anonimo (di cui sarebbe stato ispiratore/mandante) a terzi, rivelandone contenuti riservati. Il ricorrente ha dedotto travisamento della prova e l'inesistenza dell'elemento essenziale del reato di corruzione (assenza di un atto d'ufficio concretamente contrario ai doveri), nonché la mancata valutazione dell'origine dell'esposto e della testimonianza del giornalista che potrebbe dimostrarne la diversa provenienza rispetto a quanto affermato dalla Corte di merito.

La decisione

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso con riferimento al reato di corruzione (capo G): ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata perché "il fatto non sussiste", ritenendo che non vi fosse un atto d'ufficio materiale o equivalente idoneo a costituire il prezzo di corruzione (il tentativo infruttuoso di mettere in contatto l'amico con un ufficiale dei Carabinieri non integra il reato penale, sebbene potesse rilevare sul piano disciplinare). Quanto al reato di rivelazione di segreti d'ufficio (capo H, art. 326 c.p.), la Cassazione ha invece disposto l'annullamento con rinvio ad altra sezione della Corte territoriale, perché la motivazione di merito è carente riguardo alla provenienza dell'esposto (omessa valutazione della dichiarazione del giornalista Amendolara) e quindi necessita una più puntuale verifica del dolo e delle modalità di acquisizione/divulgazione del documento.

Norme richiamate

Massime di principio

  • Per il reato di corruzione ex art. 319 c.p. è necessario un "atto" d'ufficio o un comportamento equipollente con un minimo di consistenza materiale: mere sollecitazioni infruttuose o favori nell'ambito di rapporti amicali spesso non costituiscono reato penale ma possono rilevare sul piano disciplinare.
  • Un esposto anonimo che raggiunge un ufficio giudiziario e riguarda indagini o condotte di magistrati/polizia giudiziaria può essere considerato atto riservato e quindi soggetto alla tutela dell'art. 326 c.p.; la valutazione della provenienza e della diffusione del documento è però cruciale per determinare la responsabilità penale.
  • I giudici di merito devono affrontare e motivare espressamente le deduzioni difensive rilevanti (es. testimonianze che attestano diversa provenienza di documenti); l'omissione costituisce vizio di motivazione che può comportare annullamento e rinvio.
  • Non è ammessa l'applicazione retroattiva di fattispecie penali introdotte dopo i fatti: se i fatti sono antecedenti all'entrata in vigore di nuove norme incriminatrici, non possono essere ricondotti a tali fattispecie.
  • Quando l'imputato agisce nell'ambito di rapporti personali stretti (amicizia), la valutazione del "prezzo" o del movente della corruzione richiede una rigorosa verifica probatoria per distinguere favori reciproci da un accordo corruttivo con mercimonio della funzione.
  • Eventuali profili sussidiari (ad es. illeciti disciplinari) vanno considerati distintamente dal giudizio penale: ciò che è insufficiente per la prova penale può comunque avere rilievo disciplinare.

Testo integrale

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