Cassazione Penale, Sentenza n. 12724/2025 del 02/04/2025
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al resistente
La controversia
Richiesta di riparazione ex art. 314 c.p.p. per ingiusta sottoposizione agli arresti domiciliari dall'8/05/2015 al 2/10/2015 in esecuzione dell'ordinanza del GIP del 7/05/2015 per ipotesi di reato con riferimento all'art. 81 c.p. e all'art. 73 d.P.R. 9/10/1990 n. 309. Successivamente il Campilongo è stato assolto con sentenza irrevocabile (art. 530, comma 2, c.p.p.) perché il fatto non sussiste. Il giudice della riparazione ha rigettato la richiesta ritenendo esistente una colpa grave ostativa al riconoscimento dell'indennizzo, fondandosi su servizi di osservazione e intercettazioni che descrivevano frequenti visite dell'istante presso un'abitazione oggetto di spaccio e accompagnamenti di terzi, giudicati idonei a creare l'apparenza di colpevolezza che ha concorso all'adozione della misura cautelare.
La decisione
La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso del Campilongo, confermando che il giudice della riparazione ha correttamente valutato, con giudizio "ex ante" e autonomo rispetto al processo penale, gli elementi probatori disponibili e ha legittimamente ritenuto sussistente una condotta gravemente colposa (frequentazioni ambigue e comportamenti sinergici rispetto al luogo di spaccio) idonea a escludere il diritto all'indennizzo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese sostenute dal Ministero resistente.
Norme richiamate
Disciplina la riparazione per ingiusta detenzione; il giudice accerta se l'interessato abbia dato causa alla detenzione con dolo o colpa grave valutando ex ante se la sua condotta ha creato l'apparenza di colpevolezza che ha indotto l'autorità a adottare la misura
art. 530, comma 2, cod. proc. pen.
Prevede l'assoluzione con formula "perché il fatto non sussiste"; tale assoluzione non impedisce automaticamente il giudizio sul diritto all'indennizzo, che è autonomo e può valutare se permangano elementi che giustificano l'apparenza di colpevolezza
Riguarda la punibilità per il reato tentato o consumato (citato come titolo dell'accusa), indicato tra gli articoli richiamati nell'atto di accusa che ha portato alla misura cautelare
art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309
Norma del testo unico sugli stupefacenti cui si riferiva l'accusa; i fatti ad essa collegati hanno costituito il contesto fattuale che ha portato all'adozione della misura cautelare
Massime di principio
- La valutazione della domanda di indennizzo per ingiusta detenzione è autonoma rispetto al giudizio penale: il giudice della riparazione valuta ex ante se la condotta dell'indagato ha creato l'apparenza di colpevolezza che ha inciso sull'adozione della misura cautelare.
- La sussistenza di un'assoluzione per "fatto non sussiste" non annulla automaticamente l'accertamento di colpa grave ai fini dell'indennizzo: elementi investigativi che hanno alimentato l'apparenza di responsabilità possono ancora ostare al risarcimento.
- Frequentazioni 'ambigue' di soggetti noti per attività illecite, visite ripetute a luoghi di spaccio, accompagnare o far giungere terzi in tali luoghi possono costituire condotte di colpa grave quando siano concausali rispetto all'adozione della misura cautelare.
- Il giudice della riparazione non può attribuire valore probatorio a fatti che il giudice della cognizione ha espressamente ritenuto non provati; tuttavia può considerare lo stesso materiale processuale per verificare se esso abbia indotto l'apparenza di colpevolezza.
- Comportamenti di occultamento (es. uso di "codici" nelle conversazioni) o altri atteggiamenti che rendono verosimile un'attività illecita possono integrare colpa grave anche se l'attività accertata è diversa dall'oggetto dell'accusa che ha determinato la misura cautelare.
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