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Cassazione Civile, Ordinanza n. 24503/2025 del 04/09/2025

Giurisprudenza giuslavoristica

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

RIGETTO

Favorevole al resistente (pubblica amministrazione)

La controversia

La lavoratrice aveva prestato servizio per il Comune di Venezia in forza di più contratti a tempo determinato, stipulati attingendo a una graduatoria per educatore di sostegno in asilo nido. Deduceva che la reiterazione dei contratti aveva superato il limite complessivo di 36 mesi previsto dalla disciplina invocata e che, nonostante ciò, l’ente aveva successivamente assunto a termine altri lavoratori. In primo grado aveva chiesto la trasformazione del rapporto in tempo indeterminato, in subordine la stipula di ulteriori contratti a termine, e comunque il risarcimento del danno ex art. 36 d.lgs. n. 165 del 2001. Il Tribunale aveva escluso la conversione, ma aveva accertato l’abusiva reiterazione dei contratti e riconosciuto un risarcimento pari a 2,5 mensilità. In appello la lavoratrice aveva insistito solo sulla domanda di conversione. Con il ricorso per cassazione deduceva violazione di legge e del CCNL, sostenendo che il limite massimo di durata dei contratti a termine avrebbe dovuto operare come limite soggettivo riferito al singolo lavoratore, impedendo all’amministrazione di preferire altri candidati della medesima graduatoria; a suo dire, superato il limite, avrebbe dovuto instaurarsi un rapporto definitivo salvo specifiche ragioni giustificative, e la soluzione adottata sarebbe stata in contrasto con la funzione antiabuso della disciplina e con il principio eurounitario del lavoro a tempo indeterminato come forma normale.

La decisione

La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto infondata la censura perché, nel pubblico impiego, la conversione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato resta esclusa anche quando vi sia stata abusiva reiterazione dei contratti e anche se sia già stato riconosciuto il danno risarcibile. La Corte ha richiamato l’art. 36, comma 5, d.lgs. n. 165 del 2001, la giurisprudenza costituzionale, eurounitaria e di legittimità, affermando che il rimedio alla violazione non è la trasformazione del rapporto ma il risarcimento del danno, quale misura effettiva e dissuasiva. Ha inoltre escluso che la lavoratrice potesse ricavare un diritto alla conversione da vicende relative ad altri lavoratori o da criteri di scorrimento della graduatoria. È stata quindi confermata la decisione della Corte d’appello, con condanna della ricorrente alle spese e con atto della sussistenza dei presupposti per il contributo unificato დამატivo.

Norme richiamate

  • art. 36 d.lgs. n. 165 del 2001

    La violazione di disposizioni imperative sull’assunzione o impiego di lavoratori da parte della pubblica amministrazione non può comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, ma solo il diritto al risarcimento del danno.

  • art. 19 d.lgs. n. 81 del 2015

    Richiamato dalla ricorrente come disciplina del termine massimo nei contratti a tempo determinato.

  • art. 50 CCNL Regioni e Autonomie Locali 21 maggio 2018

    Richiamato dalla ricorrente come fonte collettiva relativa alla durata dei contratti a termine.

  • art. 97 Cost.

    È il parametro costituzionale che, nel pubblico impiego, giustifica il principio dell’accesso mediante concorso e la diversa disciplina rispetto al lavoro privato.

  • Direttiva 1999/70/CE

    Richiamata come base dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato e del divieto di abuso nella successione dei contratti.

  • Clausola 5 dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato

    Non osta, di per sé, a una disciplina nazionale che escluda la conversione nel settore pubblico, purché siano previste altre misure effettive e dissuasive contro l’abuso.

  • art. 32, comma 5, l. n. 183 del 2010

    Richiamato dalla giurisprudenza di legittimità come parametro di quantificazione/agevolazione probatoria del danno nel lavoro pubblico contrattualizzato.

  • d.P.R. n. 115 del 2002

    Richiamato nel dispositivo per il raddoppio del contributo unificato in caso di rigetto del ricorso.

Massime di principio

  • Nel pubblico impiego contrattualizzato, la reiterazione abusiva di contratti a tempo determinato non determina la conversione del rapporto in tempo indeterminato, perché tale effetto è precluso dall’art. 36 d.lgs. n. 165 del 2001 e dal principio costituzionale dell’accesso mediante concorso.
  • La tutela contro l’abuso del lavoro a termine nella pubblica amministrazione è affidata al risarcimento del danno, che svolge funzione compensativa e dissuasiva e costituisce il rimedio alternativo alla conversione richiesto anche dal diritto eurounitario.
  • Il lavoratore pubblico a termine che lamenti l’abuso della reiterazione non può fondare la pretesa alla stabilizzazione su criteri interni di graduatoria o sul fatto che l’amministrazione abbia assunto altri soggetti; tali circostanze non elidono il divieto di conversione.
  • Nel sistema del pubblico impiego, il danno risarcibile non coincide con la mancata conversione del rapporto, ma può consistere in una perdita di chance o in ulteriori pregiudizi patrimoniali da allegare e provare.
  • La disciplina nazionale che esclude la trasformazione automatica del contratto a termine nel settore pubblico è compatibile con la clausola 5 dell’accordo quadro se, in alternativa, prevede misure effettive e sanzioni idonee a prevenire e reprimere l’abuso.

Come è indicizzato

MaterieLavoro a termineRicorso per cassazione
RamiLavoroProcesso civile
IstitutiOnere della prova

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