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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 10394/2025 del 14/03/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il difensore ha impugnato l'ordinanza per vizi cumulativi della motivazione: il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto insussistenti elementi di presa di distanza del ricorrente dalla consorteria mafiosa nonostante il lungo periodo trascorso fuori dal carcere senza segnalazioni penali; inoltre si deduceva l'illegittimità dell'imposizione, ai sensi dell'art. 307 c.p.p., di misure sostitutive (divieto di dimora, obbligo di presentazione, divieto di espatrio) rispetto alla misura custodiale ormai cessata, atteso che non sussisterebbero ragioni cautelari né sopravvenute esigenze preventive.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché manifestamente infondato e generico. Ha ritenuto corretta la valutazione del Tribunale che ha confermato la persistenza del pericolo cautelare derivante dalla precedente condanna per associazione mafiosa e reati aggravati, rilevando la continua vicinanza del ricorrente alla struttura di Cosa Nostra (famiglia di Campobello di Mazara), il suo ruolo operativo quale armiere e la ripresa, dopo la scarcerazione, di attività estorsive. Conseguentemente è stata confermata l'applicazione delle misure (divieto di dimora in Sicilia, obbligo di presentazione quotidiana, divieto di espatrio). Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di euro 3000 in favore della Cassa delle Ammende.

Norme richiamate

  • art. 416-bis cod. pen.

    La norma è stata usata per qualificare il reato associativo di cui il ricorrente era stato condannato; da tale condanna la Corte desume la presunzione cautelare di pericolosità e la possibilità di misure preventive anche non custodiali.

  • art. 307 cod. proc. pen.

    Richiamata dalla difesa come divieto di trasformare arbitrariamente la misura custodiale cessata in una misura 'sostitutiva'; la Corte ha ritenuto che l'applicazione delle misure previste non fosse illegittima poiché sussistevano comunque ragioni di prevenzione e pericolo concreto.

  • art. 7 d. l. n. 152/1991 (aggravanti)

    Richiamato per evidenziare l'aggravazione di pena e la gravità dei fatti collegati alla criminalità organizzata; la Corte lo considera elemento a rafforzamento della valutazione del pericolo cautelare e dell'indifferenza del ricorrente alla condanna.

Massime di principio

  • La sussistenza di una condanna per associazione mafiosa crea una presunzione cautelare che il giudice può ritenere insuperata se emergono elementi di continuità del ruolo e di ripresa di attività criminali dopo la scarcerazione.
  • Il semplice periodo trascorso senza segnalazioni penali fuori dal carcere non determina automaticamente la presa di distanza dalla consorteria: spetta al ricorrente fornire prove precise e rilevanti della discontinuità di rapporti e comportamenti.
  • La trasformazione o l'applicazione di misure non custodiali dopo la cessazione degli effetti di una misura detentiva non è di per sé illegittima se permangono esigenze cautelari o di prevenzione adeguatamente motivate dal giudice.
  • Le impugnazioni di decisioni cautelari devono proporre censure specifiche e non generiche sulla valutazione dei fatti; i ricorsi manifestamente infondati o meramente fattuali rischiano l'inammissibilità e la condanna alle spese.
  • Nelle vicende connessi alla criminalità organizzata, ruoli concreti all'interno del sodalizio (es. armiere, gestione appalti, estorsioni) sono elementi probatori decisivi per la conferma di misure preventive.

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