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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 40428/2023 del 04/10/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso impugnava la conferma della condanna per abuso d'ufficio (art. 323 c.p.) sostenendo che: (i) l'intervento del Marra nella riunione informale del 26/10/2016 non costituisce esercizio di funzioni o servizio pubblico rilevante ai fini dell'art. 323 c.p., essendosi limitato a una segnalazione e non ad atti funzionali; (ii) manca la "doppia ingiustizia" richiesta dalla norma, perché non è stato dimostrato che il vantaggio patrimoniale attribuito al fratello fosse ingiusto in senso autonomo (cioè contrario ad altra norma dell'ordinamento) e non solo riflesso dell'illegittimità della condotta.

La decisione

La Corte di cassazione ha accolto il ricorso. Ha ritenuto che mancasse il requisito della realizzazione della condotta "nello svolgimento delle funzioni o del servizio" previsto dall'art. 323 c.p. (la segnalazione era avvenuta al di fuori dell'esercizio di poteri funzionali) e che non fosse stata provata l'ingiustizia autonoma del vantaggio patrimoniale (la "doppia ingiustizia"). Per questi motivi la condanna di merito è stata annullata perché il fatto non rientra nella fattispecie di reato di cui all'art. 323 c.p.

Norme richiamate

  • art. 323 cod. pen.

    "nello svolgimento delle funzioni o del servizio"

    La norma punisce soltanto gli abusi realizzati nell'ambito dell'attività funzionale; condotte realizzate al di fuori delle funzioni, anche se basate sulla qualità o sull'influenza del pubblico ufficiale, non integrano il reato. Inoltre richiede la "doppia ingiustizia": il vantaggio/danno patrimoniale deve essere contrario ad altra norma dell'ordinamento, non desumibile automaticamente dall'illegittimità dell'atto.

  • art. 6-bis legge 7 agosto 1990, n. 241

    Norma richiamata quale obbligo generale di astensione/trasparenza nell'azione amministrativa; nel caso è stata citata come riferimento normativo per il dovere di astensione che sarebbe stato violato, ma la Corte ha escluso l'efficacia penale della violazione quando l'azione non è esercitata nell'ambito delle funzioni.

  • d.P.R. 16 aprile 2013, n. 62, art. 7

    Richiamato tra le regole di procedimento amministrativo invocate nell'accusa; la Corte ha osservato che, comunque, l'elemento funzionale è centrale per la rilevanza penale.

  • Codice di comportamento dei dipendenti di Roma Capitale, art. 10

    Citato come fonte di obblighi deontologici; la violazione di tali obblighi può costituire illecito disciplinare/administrativo ma non automaticamente reato penale se manca l'esercizio funzionale richiesto dall'art. 323 c.p.

  • Regolamento degli uffici e servizi di Roma Capitale, art. 38 comma ottavo

    Riferimento normativo relativo alle modalità di valutazione comparativa dei curricula; la sentenza di merito aveva ritenuto violata la procedura, ma la Cassazione ha precisato che l'assenza di esercizio di poteri funzionali impedisce la configurabilità del reato.

  • Statuto di Roma Capitale, artt. 34, 38 e 38-bis (nel testo all'epoca vigente)

    Evidenziato che la scelta finale spettava al Sindaco e che l'interpello aveva funzione esplorativa (non comparativa), elemento che ha contribuito alla valutazione della mancanza di esercizio di poteri decisionali da parte del Marra.

  • art. 317 cod. pen. (richiamato in dottrina/giurisprudenza)

    Richiamato per distinguere l'abuso di qualità: il legislatore, quando intende punire l'abuso della qualità, lo fa espressamente (es. concussione), quindi l'uso della posizione o dell'influenza non equivale automaticamente a abuso d'ufficio.

  • art. 606 c.p.p. e artt. 125, 192, 533, 545 c.p.p. (richiamati dai difensori)

    Norme processuali invocate per i motivi di ricorso (violazione di norme sul giudizio, travisamento della prova, vizio di motivazione); la Cassazione ha ritenuto fondati i rilievi riguardanti la valutazione del fatto e della prova in relazione alla fattispecie di reato.

Massime di principio

  • Il reato di abuso d'ufficio (art. 323 c.p.) richiede che la condotta sia posta in essere "nello svolgimento delle funzioni o del servizio": raccomandazioni, segnalazioni o pressioni operate al di fuori dell'esercizio funzionale non integrano automaticamente il reato.
  • La semplice influenza derivante dalla qualifica o dalle relazioni personali del pubblico ufficiale non equivale all'esercizio del potere pubblico necessario per l'integrazione dell'abuso d'ufficio.
  • Per configurare penalmente l'abuso d'ufficio è necessario anche che il vantaggio patrimoniale o il danno sia "ingiusto" in senso autonomo (c.d. doppia ingiustizia): non basta che il risultato sia conseguenza di un atto illegittimo; occorre che il vantaggio sia contrario ad altra norma dell'ordinamento.
  • La mera segnalazione o raccomandazione verso il soggetto competente alla decisione non determina di per sé responsabilità penale del segnalante, salvo che sia dimostrata un'efficacia determinante o condizionante ottenuta con comportamenti coercitivi o con l'uso di poteri funzionali.
  • In procedimenti di nomina nei quali la decisione è discrezionale e riservata ad un altro organo (es. Sindaco), l'intervento di terzi deve essere valutato con attenzione: se l'intervento non consiste in atti formali o esercizio di poteri, la rilevanza penale è difficilmente configurabile.
  • Violazioni di obblighi amministrativi o di comportamento (deontologici) possono avere rilevanza disciplinare o civile; per la rilevanza penale occorre la combinazione degli elementi strutturali richiesti dalla legge penale (esercizio di funzione + ingiustizia del vantaggio).

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