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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 34474/2025 del 22/10/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione dell'ordinanza del Tribunale di Milano che ha rigettato il riesame avverso il provvedimento del GIP che aveva applicato la custodia cautelare in carcere per il delitto di tentata estorsione pluriaggravata, anche ai sensi dell'art. 416-bis.1 c.p. I difensori hanno dedotto tre gruppi di censure: (1) vizio di motivazione e travisamento delle risultanze probatorie in relazione alla sussistenza del concorso del ricorrente nella mediazione estorsiva (contestata presenza a riunioni, valutazione delle intercettazioni e dei movimenti telefonici, valore dei telefoni rinvenuti); (2) errata qualificazione giuridica del fatto come tentata estorsione anziché esercizio arbitrario delle proprie ragioni/"ragion fattasi", con richiamo all'orientamento giurisprudenziale sulle azioni del terzo mandatario e sulla rilevanza di un eventuale interesse proprio del terzo; (3) carenza di motivazione circa le esigenze cautelari e l'adeguatezza della misura (assenza di pericolo di reiterazione, incensuratezza, mancata prova della mafiosità della famiglia Barbaro, eventuale desistenza degli autori).

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha ritenuto aspecifico e inammissibile il primo motivo per non aver contestato puntualmente la motivazione del Tribunale; ha respinto il secondo motivo ritenendo corretta la qualificazione dei fatti come tentata estorsione, posto che l'attività descritta mirava a costringere la controparte ad accettare una transazione viziata e quindi priva di tutela giuridica; ha rigettato il terzo motivo affermando l'applicabilità della presunzione di pericolosità ex art.275, comma 3 c.p.p. alla luce della contestata aggravante mafiosa (art.416-bis.1 c.p.), nonché l'esistenza di concrete esigenze cautelari desumibili dalle modalità e dalla continuità delle condotte e dai rapporti di contiguità con soggetti ritenuti di rilevanza mafiosa. Confermata la necessità della custodia in carcere come unica misura idonea, condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di euro 3.000 alla Cassa delle Ammende; inammissibilità del ricorso e disposizione degli adempimenti previsti.

Norme richiamate

  • art. 416-bis, comma 1 cod. pen.

    Rilevata ed applicata come aggravante che giustifica la configurazione di contiguità mafiosa; rilevanza ai fini della presunzione di pericolosità prevista dall'art.275 c.p.p.

  • art. 629 cod. pen.

    Norma che disciplina il delitto di estorsione; la Corte ha ritenuto che le condotte contestate rientrino nella fattispecie di tentata estorsione, in quanto dirette a costringere la vittima a concludere una transazione viziata.

  • art. 56 cod. pen.

    Richiamato nel contesto della configurazione del tentativo (tentata estorsione).

  • art. 110 cod. pen.

    Richiamato nel contesto della partecipazione e concorso di più soggetti nella realizzazione del reato.

  • artt. 273 e 309 cod. proc. pen.

    Articoli richiamati dalle censure difensive sulla motivazione e sulle decisioni del giudice; la Corte ha ritenuto aspecifiche le doglianze in relazione alla motivazione del Tribunale.

  • art. 275, comma 3 cod. proc. pen.

    Presunzione di pericolosità che opera in presenza di talune aggravanti (qui richiamata in relazione all'aggravante mafiosa) e che è stata ritenuta applicabile per giustificare esigenze cautelari.

  • art. 616 cod. proc. pen.

    Norma invocata per le statuizioni conseguenti all'inammissibilità del ricorso (conseguenze processuali).

  • art. 94, comma 1-ter, disp. att. cod. proc. pen.

    Disposizione procedurale richiamata per gli adempimenti di cancelleria a esito della decisione.

Massime di principio

  • Per distinguere tra "ragion fattasi" (esercizio delle proprie ragioni) ed estorsione occorre valutare la libertà del consenso della vittima: condotte volte a costringere la controparte a una transazione viziata e ottenute con metodi minacciosi configurano l'estorsione anche in forma tentata.
  • La presenza di un interesse patrimoniale del terzo (es. promessa di compenso) non esclude automaticamente l'estorsione; la rilevanza dipende se la condotta ha leso o mirava a ledere la sfera patrimoniale della vittima e se il terzo ha agito imponendo costrizione alla vittima.
  • Le affermazioni di più fonti convergenti (intercettazioni ambientali/telefoniche, dichiarazioni di terzi, tracciamento utenze, collaboratori) rafforzano la gravità indiziaria; l'impugnazione difensiva deve contestare in modo specifico e documentato la singola valutazione probatoria per essere efficace in cassazione.
  • Il mero ritrovamento di telefoni non equivale a prova che le relative utenze fossero intestate o usate dall'indagato: per contestare il valore probatorio bisogna evidenziare dati temporali, intestazioni e correlazioni tecniche mancanti.
  • La contestazione dell'aggravante di matrice mafiosa incide significativamente sulla valutazione del pericolo di reiterazione (presunzione ex art.275 c.p.p.) e sulla scelta della misura cautelare: i collegamenti con contesti mafiosi, anche se desunti da atti notori o dichiarazioni di collaboratori, possono giustificare misure più severe.
  • Per sollevare censura sulla motivazione riguardo alle esigenze cautelari è necessario indicare elementi alternativi concreti (misure meno afflittive possibili e perché sarebbero idonee) e contestare puntualmente la valutazione del giudice sulla pericolosità.
  • I ricorsi per cassazione che non contestano in modo specifico e puntuale la motivazione del giudice di merito rischiano l'inammissibilità per aspecificità; le doglianze generiche sono inefficaci.

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