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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 11985/2023 del 21/03/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione dell'ordinanza del Tribunale di Catania che confermava le imputazioni provvisorie a carico del Patanè per associazione di tipo mafioso (art. 416-bis) e tentate estorsioni aggravate (capi 4, 5, 6). La difesa deduceva insufficienza e illogicità della motivazione circa la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza: contestava l'adesione acritica alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Vinciguerra, Porto, La Rosa), la genericità della chiamata in correità, l'irrilevanza o il travisamento delle intercettazioni telefoniche e ambientali, e l'assenza di elementi concreti e ripetuti per ritenere consumate o tentate le estorsioni contestate ai danni dei fratelli Russo (capo 4), della ditta Costanzo (capo 5) e dei Permisi (capo 6). La difesa sosteneva inoltre che le conversazioni intercettate non dimostrerebbero minacce costanti né azioni concrete riconducibili al Patanè.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto i motivi manifestamente infondati, generici e volti a una riedizione in sede di legittimità di una diversa valutazione di merito. La Corte ha confermato che il Tribunale del riesame ha condotto un'analisi organica e motivata dei fatti e delle dichiarazioni dei collaboratori, valutando attendibilità intrinseca ed estrinseca e confrontando le captazioni con le dichiarazioni. Ha richiamato principi consolidati: il controllo di legittimità non consente una nuova valutazione del merito salvo manifesta illogicità o travisamento della prova; le intercettazioni tra terzi possono costituire prova diretta se gravi, precise e concordanti; i contenuti informativi da soggetti intranei all'associazione mafiosa sono utilizzabili direttamente. Conseguenze pratiche: rigetto del ricorso, condanna del ricorrente alle spese processuali e pagamento di euro 3.000 a favore della cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • art. 416-bis cod. pen.

    Rilevanza dell'associazione mafiosa; le informazioni provenienti da soggetti intranei all'associazione, essendo patrimonio conoscitivo condiviso, possono essere utilizzate direttamente e non come semplici declaraizioni di seconda mano

  • art. 56 cod. pen.

    Richiamato come norma attinente al concorso di persone nel reato (norma richiamata nell'imputazione), senza particolare interpretazione aggiuntiva nel testo

  • art. 629 cod. pen.

    Norma relativa all'estorsione; nel contesto viene valutata la sussistenza dei gravi indizi a titolo di tentata estorsione aggravata dall'art. 416-bis

  • art. 273 cod. proc. pen.

    La mancata sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza è sindacabile in Cassazione solo se si traduce in violazione di specifiche norme di legge o in manifesta illogicità della motivazione risultante dal provvedimento impugnato

  • art. 192, comma 2 cod. proc. pen.

    Principio che gli elementi di natura indiziaria derivanti da intercettazioni devono essere gravi, precisi e concordanti; la Corte ha ritenuto che il Tribunale abbia adeguatamente valutato tale requisito

Massime di principio

  • La Corte di Cassazione non può sostituirsi al giudice di merito per una diversa valutazione delle prove: il ricorso deve dimostrare manifesta illogicità, travisamento della prova o violazione di norme per essere ammissibile
  • Le dichiarazioni di collaboratori di giustizia possono costituire elemento decisivo se il giudice del merito valuta e motiva la loro attendibilità intrinseca ed estrinseca; non è sufficiente contestarle in modo generico
  • Le intercettazioni anche tra soggetti terzi, se gravi, precise e concordanti, possono essere utilizzate come prova diretta e rafforzare la gravità indiziaria a carico dell'imputato
  • Per impugnare con successo un provvedimento cautelare occorre indicare specifiche lacune logiche o incongruenze nella motivazione del giudice del riesame, non proporre una mera lettura alternativa dei fatti
  • Nel reato di associazione mafiosa il concetto di "capo" include non solo il vertice formale ma anche chi assume incarichi direttivi e decisionali nella vita quotidiana del gruppo; la prova di un ruolo di vertice può emergere da comportamenti, intercettazioni e dichiarazioni concordanti

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