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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 19635/2023 del 10/05/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Ricorso per cassazione avverso l'ordinanza della Corte d'Appello di Reggio Calabria che aveva rigettato la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione ex art. 314 c.p.p. per il periodo 6/5/2013-19/4/2017. Mesiano contestava che la custodia cautelare fosse illegittima e che non sussistesse dolo o colpa grave a suo carico: sosteneva di essere intervenuto una sola volta come 'paciere' in un banale dissidio fra parenti (i Nucera), conosceva le parti come persone incensurate, aveva collaborato con le indagini e aveva fornito spiegazioni in interrogatorio e in dibattimento. Denunciava carenze argomentative dell'ordinanza impugnata e richiamava precedenti giurisprudenziali favorevoli sulla mero carattere episodico del ruolo di paciere.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso ritenendolo infondato. Ha confermato la motivazione della Corte d'Appello che aveva ritenuto sussistente una condotta dolosa o gravemente colposa del Mesiano consistente nell'intromettersi in una diatriba riconducibile alla 'ndrangheta e nell'agire da paciere su incarico di soggetti (Nucera e Foti) per questioni attinenti all'assetto del sodalizio. La Suprema Corte ha richiamato i principi consolidati secondo cui il giudizio di riparazione è autonomo rispetto al giudizio penale, che l'accertamento del nesso causale tra la condotta dell'interessato e l'adozione/mantenimento della misura cautelare deve essere compiuto dal giudice della riparazione (anche d'ufficio) e che la condotta colposa o dolosa che abbia creato una situazione tale da richiedere l'intervento dell'autorità ostacola il diritto all'indennizzo. Conseguentemente il ricorso è stato rigettato e il ricorrente condannato alle relative spese processuali.

Norme richiamate

  • art. 314 cod. proc. pen.

    art. 314, co. 1, cod. proc. pen.

    Norma che disciplina il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione; nella sentenza è applicata nel senso che il diritto all'indennizzo è escluso se l'interessato ha dato causa alla misura cautelare per dolo o per colpa grave; il giudice della riparazione deve accertare ex officio l'assenza di tale causa.

  • art. 315 cod. proc. pen.

    Richiamato in combinazione con l'art. 314 nell'impugnazione; nella decisione è parte del quadro normativo relativo al procedimento di riparazione e alle contestazioni sulle modalità di motivazione dell'ordinanza impugnata.

  • art. 611 cod. proc. pen.

    Norma richiamata rispetto alle conclusioni rese dal Pubblico Ministero in sede di cassazione; nella motivazione è citata come riferimento procedurale per le conclusioni del PG.

  • art. 173, co. 1, disp. att. cod. proc. pen.

    art. 173, co. 1, disp. att., cod. proc. pen.

    Richiesto per delimitare l'enunciazione del motivo nella stesura del ricorso; citato per spiegare che la motivazione del ricorso è stata esposta nei limiti necessari ai fini della motivazione della Corte.

  • art. 43 cod. pen.

    Norma che definisce la nozione di colpa; nella sentenza è richiamata per spiegare i criteri con cui deve essere valutata la colpa grave (negligenza macroscopica, imprudenza, trascuratezza) idonea a costituire causa impeditiva del diritto all'indennizzo.

  • artt. 1227 e 2056 cod. civile

    art. 1227 e art. 2056 cod. civ.

    Richiamati in senso dottrinale/argomentativo per sottolineare il principio di autoresponsabilità e l'idea che la responsabilità dell'agente può escludere l'azione solidaristica dell'indennizzo; usati a supporto dell'argomentazione sul ruolo della colpa.

Massime di principio

  • Il giudizio per la riparazione dell'ingiusta detenzione è autonomo rispetto al giudizio penale: l'assoluzione non determina automaticamente il diritto all'indennizzo se emerge che l'interessato ha concorso, con dolo o colpa grave, a causare la misura.
  • Il giudice della riparazione deve accertare, anche d'ufficio, l'assenza di dolo o colpa grave come condizione per il riconoscimento dell'indennizzo; tale accertamento richiede valutazione completa degli elementi disponibili e della condotta dell'interessato prima e dopo la privazione della libertà.
  • La nozione di 'colpa grave' è interpretata alla luce dell'art. 43 c.p.: comportamenti di macroscopica negligenza, imprudenza o inosservanza tali da creare prevedibilmente una situazione che induce l'intervento dell'autorità giudiziaria possono escludere il diritto all'indennizzo.
  • Il ruolo di 'paciere' tra soggetti legati a organizzazioni criminali può essere valutato diversamente a seconda del contesto: può essere episodico e non rilevante o, se riferito a questioni inerenti l'assetto/funzionamento del sodalizio e svolto su incarico di esponenti rilevanti, può indicare condotta idonea a giustificare la custodia cautelare (almeno sotto il profilo della causa impeditiva dell'indennizzo).
  • Nelle situazioni simili è essenziale che la difesa si confronti direttamente e puntualmente con le risultanze fattuali richiamate dal giudice della riparazione e fornisca elementi concreti che escludano il nesso causale tra la propria condotta e l'adozione/mantenimento della misura cautelare.
  • La motivazione del giudice di merito in materia di riparazione deve essere coerente e logica; se così è, le valutazioni di fatto non sono sindacabili in sede di legittimità salvo manifesta illogicità o contraddittorietà.

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