Cassazione Penale, Sentenza n. 28593/2026 del 28/07/2026
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al resistente (pubblico ministero)
La controversia
La Corte di appello di Napoli, in riforma parziale della decisione di primo grado, aveva riqualificato la condotta contestata a uno degli imputati nel traffico di influenze illecite e aveva confermato nel resto la responsabilità dell'altro imputato per corruzione propria permanente e uso abusivo di sigilli. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso due imputati. Il primo ha dedotto vizi di motivazione e travisamento della prova, sostenendo: che la Corte territoriale avesse omesso una motivazione specifica su ciascun episodio corruttivo; che le somme ricevute fossero modestissime e quindi incompatibili con un pactum sceleris, trattandosi al più di mere regalie; che non fosse provata l'inversione dell'ordine cronologico delle pratiche; che fossero esistite prassi interne difformi; che gli atti non fossero stati invalidati né egli sanzionato; che il visto finale fosse sempre apposto dal responsabile; che la qualificazione dovesse essere al più in corruzione impropria; e, quanto all'uso del sigillo, che l'atto fosse già definitivo e regolarmente completato. Il secondo imputato ha dedotto violazione di legge e vizio di motivazione sul dolo, assumendo di avere versato 2000 euro con bonifico per un corso e di non sapere che le somme sarebbero state impiegate per remunerare una mediazione illecita.
La decisione
La Corte di cassazione ha ritenuto complessivamente infondati i ricorsi e li ha rigettati, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Per il primo imputato ha affermato che la motivazione di merito era sufficiente, che il compendio probatorio era solido, che il modico importo della dazione non escludeva la corruzione, che la prassi amministrativa non può derogare ai principi di imparzialità e trasparenza, e che la qualificazione in corruzione propria era corretta perché le condotte integravano atti contrari ai doveri d'ufficio e non mera asservimento funzionale. Ha inoltre ritenuto corretta la prova dell'uso abusivo del sigillo. Per il secondo imputato ha confermato la condanna per traffico di influenze illecite: la condotta era punibile anche alla luce della disciplina più favorevole sopravvenuta, essendo emersa una mediazione illecita finalizzata a far commettere atti contrari ai doveri d'ufficio; il pagamento con bonifico del corso era probatoriamente neutro rispetto ai versamenti in contanti agli intermediari e non escludeva il dolo. La decisione di merito è rimasta ferma in ogni sua parte.
Norme richiamate
La corruzione per l'esercizio della funzione ricorre quando vi sia un accordo sinallagmatico di scambio tra utilità e funzione pubblica, anche senza prova di un atto contrario ai doveri d'ufficio; il reato è di pericolo e si perfeziona con promessa o dazione.
La corruzione propria richiede che l'accordo corruttivo abbia ad oggetto atti contrari ai doveri d'ufficio, con effettivo sviamento dell'attività pubblica; il compimento dell'atto contrario aumenta l'offensività e dà luogo a una forma di consumazione permanente.
Il traffico di influenze illecite, nella versione applicata, richiede relazioni esistenti e utilizzate intenzionalmente per ottenere denaro o altra utilità economica per remunerare il pubblico agente o per realizzare una mediazione illecita; la fattispecie ha subito una restrizione applicativa rispetto al testo previgente.
L'imputazione riguarda l'uso abusivo di sigilli o strumenti di autenticazione, ritenuto integrato dall'utilizzo del sigillo fuori dalle modalità e dai poteri consentiti dalla procedura amministrativa.
In caso di rigetto del ricorso, i ricorrenti sono condannati al pagamento delle spese processuali.
art. 97 Cost.
Il principio di imparzialità dell'azione amministrativa esclude che prassi interne possano giustificare favoritismi o trattamenti clientelari contrari alla legalità e alla trasparenza.
art. 25 Cost.
È richiamato, insieme all'art. 2 c.p., per l'applicazione della lex mitior in tema di successione di leggi nel tempo.
La disciplina più favorevole sopravvenuta si applica retroattivamente; la Corte la utilizza per confrontare la versione vigente del traffico di influenze con quella precedente.
Massime di principio
- Nel giudizio di cassazione, la motivazione della sentenza d'appello può saldarsi con quella di primo grado nel caso di doppia conforme, quando il giudice del gravame esamini le stesse censure con criteri omogenei e condivida l'impianto argomentativo del primo giudice.
- La sproporzione tra utilità promessa o data e attività del pubblico agente non esclude la corruzione; può al più incidere sul piano probatorio, ma ciò che rileva è la prova dell'accordo sinallagmatico di scambio.
- La corruzione si perfeziona con il patto corruttivo e con la promessa o dazione dell'utilità; il successivo compimento dell'atto non è elemento costitutivo della fattispecie, ma può incidere sul grado di offensività.
- La distinzione tra corruzione per l'esercizio della funzione e corruzione propria dipende dall'oggetto dello scambio: se l'accordo riguarda la messa a disposizione della funzione entro la legalità formale, ricorre l'art. 318 c.p.; se invece l'accordo ha ad oggetto atti contrari ai doveri d'ufficio o uno sviamento effettivo, ricorre l'art. 319 c.p.
- La prassi amministrativa non può legittimare condotte difformi da legge, imparzialità e trasparenza; una prassi interna non è opponibile quando comporti favoritismi o accelerazioni indebite in cambio di utilità.
- I motivi di ricorso che si risolvano nella richiesta di una diversa lettura del materiale probatorio, senza indicare specifiche illogicità o lacune argomentative, sono inammissibili in sede di legittimità.
- Nel traffico di influenze illecite occorre verificare l'esistenza di relazioni effettive, attuali e idonee a esercitare influenza; relazioni asserite, occasionali o prive di capacità di condizionamento non bastano.
- Nella disciplina del traffico di influenze, la mediazione illecita può essere integrata anche quando la finalità sia quella di indurre il pubblico agente a compiere un atto che costituisca reato secondo la legge vigente al momento della condotta; la successiva depenalizzazione del reato-fine non elimina di per sé la rilevanza della mediazione già consumata.
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