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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 11124/2023 del 15/03/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva confermato la condanna per il delitto di tentata rapina impropria: il ricorrente contestava la qualificazione giuridica (sostenendo che la sua condotta fosse riconducibile a tentato furto e non a rapina, dal momento che la reazione violenta sarebbe avvenuta solo dopo l'intercettazione da parte della vigilanza e non avrebbe provocato lesioni) e la mancata motivazione sulla sussistenza della recidiva contestata.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: ha ritenuto corretta la qualificazione della condotta come tentata rapina impropria, confermando che la violenza o la minaccia possono intervenire anche in momento successivo alla sottrazione purché sussista un arco temporale che non interrompa l'unicità dell'azione; ha dichiarato precluso il motivo sulla recidiva perché la difesa non lo aveva dedotto in appello; ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e a versare, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., la somma di euro 3.000 alla Cassa delle Ammende.

Norme richiamate

  • art. 628 cod. pen.

    La rapina impropria è integrata quando l'agente usa violenza o minaccia per assicurarsi la cosa sottratta o garantirsi l'impunità; la violenza non necessita di essere contestuale e immediata nel senso assoluto, ma deve rientrare in un arco temporale che conservi l'unitarietà dell'azione.

  • art. 56 cod. pen.

    Disciplina l'istituto del tentativo; la Corte ha ritenuto che gli atti compiuti fossero idonei e diretti in modo non equivoco all'impossessamento della merce, integrando il tentativo.

  • art. 624 cod. pen.

    Norma sul furto richiamata dalla difesa come alternativa; la Corte ha ritenuto che la sussistenza di violenza post-sottrazione giustificasse la qualificazione per rapina impropria piuttosto che per semplice furto.

  • art. 99 cod. pen.

    Regola le circostanze personali e la recidiva; la Corte ha ritenuto che la sussistenza della recidiva fosse adeguatamente motivata in primo grado e che la questione fosse preclusa in cassazione perché non dedotta in appello.

  • art. 616 cod. proc. pen.

    Consente la condanna alle spese processuali e il pagamento di una somma alla Cassa delle Ammende per ricorso inammissibile; la Corte ha irrogato tale sanzione al ricorrente.

  • art. 23 comma 8 DL 137/2020

    Prevede la trasmissione della requisitoria scritta della Procura Generale; la Procura ha trasmesso la propria conclusione, chiedendo l'inammissibilità del ricorso.

Massime di principio

  • La violenza o la minaccia a fini di rapina impropria non deve essere letteralmente simultanea alla sottrazione: è sufficiente che intervenga in un arco temporale tale da non interrompere l'unicità dell'azione volta a mantenere il possesso o assicurare l'impunità.
  • Anche una spinta o un semplice urto possono costituire violenza idonea a integrare la rapina impropria; l'assenza di lesioni non esclude la sussistenza del reato.
  • Se la difesa non impugna in appello la decisione di primo grado sulla recidiva, la questione diventa preclusa e non può essere sollevata per la prima volta in Cassazione.
  • La qualificazione giuridica del fatto si fonda sulla valutazione globale della condotta (fasi di sottrazione, tentativo di fuga e reazione) e non su una mera segmentazione temporale degli atti.
  • I motivi non adeguatamente dedotti o sviluppati nei gradi precedenti possono rendere il ricorso in Cassazione inammissibile e imporre conseguenze economiche (spese processuali e somma alla Cassa delle Ammende).

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