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Cassazione Civile, Ordinanza n. 11320/2024 del 26/04/2024

Giurisprudenza civile

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

RIGETTO

Favorevole al resistente (pubblica amministrazione)

La controversia

La controversia nasce dalla domanda di una proprietaria, respinta in primo e secondo grado, volta a ottenere la condanna del Comune al risarcimento dei danni per l’asserita occupazione usurpativa di un terreno di sua proprietà. Il Tribunale aveva rigettato la domanda ritenendo che l’ente locale fosse titolare di un uso pubblico sul fondo, in quanto utilizzato dalla collettività per pubblico transito. La Corte d’appello ha confermato il rigetto, ritenendo integrata una dicatio ad patriam: la strada risultava aperta al pubblico transito e la proprietaria aveva implicitamente manifestato la volontà di consentire l’uso collettivo; inoltre i lavori eseguiti dal Comune avevano comportato solo una miglioria e non la trasformazione del bene in un aliud. In cassazione la ricorrente ha dedotto: (1) violazione o falsa applicazione dell’art. 825 c.c., sostenendo che mancavano prova dell’uso da parte di una collettività indeterminata, che l’area non era originariamente idonea all’uso pubblico nello stato in cui si trovava e che la volontà di destinazione pubblica non poteva desumersi per facta concludentia; (2) nullità della sentenza per travisamento della prova, per non avere valorizzato le deposizioni testimoniali sull’assenza di un uso generalizzato dell’area; (3) omesso esame di un fatto decisivo e controverso, in relazione al medesimo profilo probatorio.

La decisione

La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso. Ha dichiarato inammissibile il secondo motivo perché il travisamento del contenuto oggettivo della prova, quando non si risolva in una mera svista sul fatto probatorio in sé, non integra il vizio denunciato e può semmai rilevare come omesso esame di fatto decisivo nei limiti dell’art. 360, n. 5, c.p.c.; ha inoltre osservato che, ove si trattasse davvero di travisamento, il rimedio sarebbe la revocazione ex art. 395, n. 4, c.p.c. Il terzo motivo è stato dichiarato inammissibile perché la sentenza impugnata proveniva da una doppia conforme e la ricorrente non aveva indicato specificamente le divergenze tra le rationes di fatto delle due decisioni di merito, requisito necessario per proporre il vizio ex art. 360, n. 5, c.p.c. Il primo motivo è stato ritenuto in parte inammissibile e in parte infondato: le censure sulla mancanza di prova dell’uso collettivo, sull’inidoneità del bene all’uso pubblico e sull’assenza di volontà del proprietario sono state considerate come mere contestazioni della valutazione di merito; quanto alla dicatio ad patriam, la Corte ha ribadito che essa si costituisce mediante un comportamento volontario, continuativo e non precario del proprietario, idoneo a mettere il bene a disposizione della collettività, senza necessità di una dichiarazione espressa. Nulla è stato disposto sulle spese per mancanza di attività difensiva del Comune. È stato inoltre dato atto dell’obbligo di versamento dell’ulteriore contributo unificato.

Norme richiamate

  • art. 825 c.c.

    La Corte ha escluso che nel caso concreto vi fosse un errore di diritto nell’applicazione dell’istituto della dicatio ad patriam; la costituzione dell’uso pubblico può derivare dal comportamento volontario del proprietario, non necessariamente da un atto espresso.

  • art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c.

    Il travisamento della prova non può essere dedotto come nullità della sentenza se consiste nella critica alla valutazione del materiale istruttorio e non in una svista sul fatto probatorio in sé.

  • art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c.

    Il vizio motivazionale per omesso esame di un fatto decisivo è inammissibile in presenza di doppia conforme, salvo che il ricorrente indichi specificamente le diverse ragioni di fatto poste a base delle due decisioni di merito.

  • art. 395, n. 4, c.p.c.

    Se vi è un vero travisamento del contenuto oggettivo della prova, il rimedio è la revocazione per errore di fatto, ove ne ricorrano i presupposti.

  • art. 348-ter, quinto comma, c.p.c.

    In caso di doppia conforme, il ricorrente che invochi l’art. 360, n. 5, c.p.c. deve dimostrare che la decisione di appello poggia su ragioni di fatto diverse da quelle della decisione di primo grado.

  • art. 13, comma 1-quater, t.u. spese giust.

    Ricorrendone i presupposti processuali, è dovuto l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato.

Massime di principio

  • La dicatio ad patriam può essere desunta da un comportamento volontario, continuo e non precario del proprietario che destini il bene all’uso della collettività, senza che sia necessaria una manifestazione espressa di volontà.
  • Le censure che mirano soltanto a rimettere in discussione la valutazione delle prove compiuta dal giudice di merito non sono ammissibili sotto il profilo della violazione di legge.
  • Il travisamento della prova, quando riguardi il contenuto oggettivo del fatto probatorio, non va confuso con l’omesso esame di un fatto decisivo; se si tratta di vera svista, il rimedio è la revocazione per errore di fatto.
  • In presenza di doppia conforme, il motivo di ricorso ex art. 360, n. 5, c.p.c. è precluso salvo che il ricorrente indichi specificamente le ragioni di fatto diverse poste a base delle due decisioni di merito.

Come è indicizzato

MaterieServitùImpugnazioni
RamiDiritti realiProcesso civile
SottomaterieRicorso per cassazione
IstitutiOnere della provaGiudicato

Testo integrale

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