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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 25837/2023 del 15/06/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Domanda di riparazione per ingiusta detenzione relativa al periodo di custodia cautelare in carcere in relazione all'accusa di partecipazione ad associazione per delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù e all'organizzazione dell'accattonaggio. Il Gip di Bologna lo aveva assolto perché il fatto non sussiste; la Corte d'Appello di Bologna rigettò la richiesta di indennizzo ritenendo che il ricorrente avesse concorso a dare causa alla detenzione con comportamento gravemente colposo o doloso, sulla base di intercettazioni e di rapporti di vicinanza con altri soggetti del contesto criminale che avvaloravano l'apparenza della sua partecipazione.

La decisione

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, dichiarandolo fondato, ha annullato l'ordinanza della Corte d'Appello di Bologna e ha disposto il rinvio per un nuovo giudizio alla stessa Corte d'Appello. La Cassazione ha ritenuto che il giudice di merito non abbia fornito una motivazione adeguata e puntuale circa i contenuti delle intercettazioni e gli elementi dai quali avrebbe desunto la gravissima imprudenza/negligenza del ricorrente, né abbia considerato le ragioni dell'assoluzione, imponendo così un nuovo esame.

Norme richiamate

  • art. 416, comma 6, codice penale

    Indicato come il titolo di reato per il quale era stato emesso il provvedimento custodiale (associazione finalizzata alla riduzione in schiavitù); rilevante solo come contesto del titolo custodiale, non come criterio per escludere automaticamente l'indennizzo.

  • art. 314 codice di procedura penale

    Richiamato dalla difesa per contestare la protrazione della custodia cautelare oltre un anno senza giustificazioni; la Cassazione non ha deciso direttamente su una violazione di tale norma ma ha disposto il rinvio per carente motivazione della Corte d'Appello.

Massime di principio

  • Il diritto all'indennizzo per ingiusta detenzione è escluso solo se il detenuto ha concorso a darvi causa con dolo o colpa grave; il giudice deve valutare ex ante se la condotta abbia creato l'apparenza della configurabilità del reato, non se integri effettivamente il reato.
  • La valutazione della sussistenza di colpa grave richiede motivazione puntuale e specifica: non è sufficiente il richiamo generico a intercettazioni o a valutazioni contenute nei provvedimenti cautelari precedenti; il giudice deve indicare i precisi elementi probatori dai quali desume la connivenza, la contiguità o la compiacenza.
  • Frequentazioni ambigue o rapporti stretti con soggetti indagati/condannati possono integrare comportamento gravemente colposo solo se accompagnati dalla consapevolezza della loro illiceità e non se sono inevitabili o giustificati da vincoli familiari o altre necessità.
  • La decisione di merito sull'indennizzo è autonoma rispetto al giudizio penale di assoluzione: il giudice civile o della riparazione compie una valutazione logico-motivazionale differente e deve sempre spiegare perché il comportamento del richiedente abbia effettivamente ingenerato la falsa apparenza di colpevolezza.
  • In caso di motivazione insufficiente del giudice di merito, la Corte di Cassazione annulla e rinvia per un nuovo esame, richiedendo che vengano esplicitati i collegamenti probatori tra fatti esterni e la presunta causa della detenzione.

Testo integrale

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