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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 19887/2022 del 20/05/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Cappelletti era stato condannato per bancarotta fraudolenta per distrazione: quale membro del c.d.a. della Trafilsteel s.r.l. (fallita il 18/03/2015) avrebbe usato ripetutamente la carta di credito aziendale per spese personali per circa Euro 78.000 (di cui Euro 35.584,12 in contanti). Il ricorrente deduceva in cassazione: (i) che la transazione del 5/10/2013 con la società costituisse una "bancarotta riparata" (restituzione integrale/rinuncia a crediti prima del fallimento) escludendo l'elemento materiale del reato; (ii) mancata prova del dolo e mancata prova che i prelievi non fossero per scopi sociali; (iii) impropria qualificazione come bancarotta fraudolenta invece che semplice.

La decisione

La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. In precedenza (sentenza 02/10/2020) la Corte di legittimità aveva annullato con rinvio la sentenza di appello per mancata valutazione adeguata della transazione del 5/10/2013; il giudice di rinvio (Corte d'appello di Milano, 13/04/2021) tuttavia ha ritenuto la transazione generica e priva di elementi che dimostrassero l'effettiva reintegrazione del patrimonio o la certezza/liquidità dei crediti rinunciati, confermando la condanna per bancarotta fraudolenta per distrazione (utilizzo non autorizzato della carta per circa Euro 78.000). La Cassazione, nel rigettare il nuovo ricorso, ha richiamato i principi secondo cui la "bancarotta riparata" richiede reintegrazione del patrimonio prima della dichiarazione di fallimento e che grava sull'amministratore l'onere di provare la corrispondenza fra versamenti e atti distrattivi. Ha altresì ritenuto provata la sussistenza del dolo e l'effetto lesivo per la garanzia dei creditori, ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e a Euro 3.000 alla Cassa delle ammende.

Norme richiamate

Massime di principio

  • La "bancarotta riparata" richiede una reintegrazione effettiva e verificabile del patrimonio aziendale prima della dichiarazione di fallimento; una transazione generica e non quantificata non basta a eliminare la rilevanza penale degli atti distrattivi.
  • Grava sull'amministratore/gestore che invoca la riparazione l'onere di provare l'esatta corrispondenza tra i versamenti (o rinunce) e gli atti distrattivi originari; senza prova dettagliata la deduzione è irrilevante.
  • Per i reati di bancarotta patrimoniale il dolo è costituito dalla consapevolezza di destinarle diversamente le risorse sociali rispetto alla loro funzione aziendale, non dalla volontà di causare il dissesto: dunque prove della sottrazione e della consapevolezza sono decisive.
  • Operazioni tra privati (cessioni di quote, transazioni tra socio e società) che non dimostrino con precisione importi, natura e certezza dei crediti non incidono sui rapporti verso i creditori fallimentari e non neutralizzano automaticamente l'illecito penale.
  • Contestazioni generiche su finalità delle spese (es. affermazioni che i prelievi fossero "per scopi sociali") senza elementi probatori nuovi e concreti sono in genere inidonee a travolgere valutazioni già compiute nei precedenti gradi e possono essere ritenute inammissibili o infondate.
  • La temporalità degli atti distrattivi rispetto alla dichiarazione di fallimento non impedisce la responsabilità penale se si dimostra che tali atti hanno inciso sulla garanzia dei creditori nel tempo.

Testo integrale

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