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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 37849/2024 del 15/10/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

I ricorrenti impugnano il decreto della Corte d'appello che ha parzialmente riformato il decreto del Tribunale: ha revocato la confisca di un conto corrente ritenuto di Vurruso Francesca ma ha confermato per Vurruso Stefano la misura di prevenzione della sorveglianza speciale e la confisca di un ampio compendio mobiliare e immobiliare ritenuto nella disponibilità del proposto, sebbene intestato a terzi. Le censure di Stefano vertono su violazione di legge e motivazione apparente in ordine alla sussistenza dell'abitualità della condotta delittuosa, alla natura lucrogenetica dei reati e all'attualità della pericolosità, nonché sul trattamento di sentenze di assoluzione. Le censure di Nudo Marisa, Francesca, Alan e Stefania riguardano la confisca del capitale sociale e del patrimonio di società (in particolare CASADOC e Ambienti s.r.l.), denunciando l'errata riferibilità al proposto e la supposta rinuncia del pubblico ministero alla confisca non recepita.

La decisione

La Corte di cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Quanto a Stefano, la Suprema Corte ha ritenuto non fondate le censure limitate a criticare la motivazione del giudice di merito senza dimostrare una violazione di legge; ha confermato che la Corte d'appello ha legittimamente valorizzato sentenze definitive e numerosi elementi fattuali (abuso di attività finanziaria, usura, condotte distrattive, procedimenti per bancarotta, riciclaggio, ecc.) per ricostruire una pericolosità continuativa e lucrogenetica e ha correttamente valutato l'attualità della pericolosità anche scavando la struttura societaria e gli squilibri patrimoniali. Quanto ai terzi interessati, la Cassazione ha ritenuto manifestamente infondata la doglianza sulla presunta rinuncia del pubblico ministero (la rinuncia deve essere espressa e formale) e ha confermato la motivazione della Corte d'appello in ordine alla riconducibilità delle attività societarie al dominus. Conseguentemente tutti i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese del procedimento ai sensi dell'art. 616 c.p.p.

Norme richiamate

  • decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159 (codice antimafia e delle misure di prevenzione)

    Ai sensi dell'art. 1, comma 1, lett. b) la pericolosità generica richiede delitti commessi abitualmente, che abbiano effettivamente generato profitti e che costituiscano una componente significativa del reddito; la Corte ha confermato che la valutazione richiede motivazione puntuale e può valorizzare anche sentenze penali e altri elementi di fatto non definitivi, fermo il limite dell'assoluzione definitiva.

  • decreto legislativo 1 settembre 1993 n. 385 (Testo Unico Bancario), art. 132 comma 1

    La condotta di 'abusiva attività finanziaria' è stata ritenuta elemento indicativo di attività professionale di prestasoldi e dunque di potenziale capacità lucrogenetica, valorizzata dal giudice per il giudizio di pericolosità.

  • codice di procedura penale, art. 530 comma 2

    Richiamato nel quadro giurisprudenziale: la Cassazione segnala che, in casi limitati, sentenze di assoluzione ai sensi dell'art. 530/2 possono essere valorizzate dal giudice della prevenzione se i fatti risultano delineati con sufficiente chiarezza; tuttavia l'assoluzione definitiva di fatto impedisce in generale che quel fatto sia assunto come indice rilevante.

  • Legge Fallimentare (R.D. 16 marzo 1942 n. 267), artt. 216 e 223

    I reati fallimentari (bancarotta, distrazione di beni) contestati sono stati valorizzati dalla Corte di appello come elementi sintomatici di condotte distrattive e di produzione di profitti illeciti nella fase valutativa della pericolosità.

  • codice di procedura penale, art. 616

    Norma richiamata in relazione alla condanna alle spese processuali: la Cassazione ha posto a carico dei ricorrenti le spese del procedimento ai sensi dell'art. 616 c.p.p.

  • art. 28 e art. 29 codice antimafia (richiamati in giurisprudenza)

    Richiamati nei principi di diritto: limiti e autonomie del giudizio di prevenzione rispetto al giudizio penale, in particolare l'obbligo di recepire l'esito assolutorio definitivo e la possibilità di valorizzare atti archiviati o elementi autonomi con adeguata motivazione.

Massime di principio

  • Il giudice della prevenzione può valutare unitariamente elementi penali definitivi e altri elementi extracontenuto penale per accertare la pericolosità generica, ma non può assumere come indiziante un fatto definitivamente assolto in sede penale, salvo le eccezioni ben delimitate dalla giurisprudenza.
  • Per sostenere misure cautelari e confische per pericolosità generica occorre motivare l'abitualità della condotta, la capacità lucrogenetica dei reati e il collegamento tra i profitti illeciti e i beni oggetto di confisca; elementi come squilibri finanziari, movimenti in contanti, pluralità di società e distrazioni patrimoniali possono costituire indizi validi se adeguatamente spiegati.
  • La rinuncia del pubblico ministero ad una richiesta di confisca deve essere formale ed espressa: mere conclusioni orali o atteggiamenti non formali non sono sufficienti per escludere il potere del giudice di pronunciare la confisca.
  • Il ricorso per cassazione contro provvedimenti di prevenzione è cablato sulla violazione di legge (inclusa motivazione inesistente o meramente apparente): le censure che si limitano a criticare la valutazione di merito senza indicare un vizio di diritto saranno in genere dichiarate inammissibili.
  • Quando si contesta la sussistenza dell'attualità della pericolosità, è necessario dimostrare l'assenza di elementi fattuali sopravvenuti o la debolezza totale delle fonti probatorie; una valutazione unitaria nel tempo delle condotte del soggetto tende a prevalere sulla frammentazione temporale operata dalla difesa.

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