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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 22792/2026 del 19/06/2026

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente chiedeva la concessione della detenzione domiciliare come misura alternativa alla detenzione. Nonostante pareri positivi della DDA e della DNA sulla qualità della collaborazione, una relazione di sintesi della Casa circondariale di Voghera favorevole e la fruizione senza problemi di tredici permessi premio, il Tribunale di sorveglianza rigettava la domanda. Il Tribunale ha ritenuto che, data la gravità e la durata dell'appartenenza a un gruppo mafioso e la commissione di reati particolarmente efferati, fosse necessario accertare un ravvedimento non meramente formale: servivano elementi concreti di consapevolezza, responsabilizzazione e cambiamento di vita non limitati al rispetto delle prescrizioni. Criticità rilevate includevano una valutazione della relazione dell'equipe di trattamento considerata parziale e superficiale, la mancata esplorazione approfondita del passato criminale (es. non adeguata considerazione di distinti omicidi), l'assenza di atti di riparazione o partecipazione a percorsi di giustizia riparativa e una rappresentazione del ravvedimento come eccessivamente semplicistica.

La decisione

La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato che il requisito del ravvedimento previsto per i collaboratori di giustizia non può essere presunto sulla sola base della collaborazione e dell'assenza di collegamenti con la criminalità organizzata, ma richiede specifici elementi positivi che dimostrino, anche con mera probabilità, l'effettiva esistenza del ravvedimento. Ha ritenuto congrua e motivata la valutazione del Tribunale di sorveglianza circa la necessità di una maggiore gradualità e di ulteriori concreti elementi di cambiamento. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.

Norme richiamate

  • art. 16-nonies, comma 3, d.l. 15 gennaio 1991, n. 8, convertito nella legge 15 marzo 1991, n. 82

    Il requisito del ravvedimento per l'accesso ai benefici penitenziari non puo essere presunto sulla sola base della collaborazione e dell'assenza di collegamenti con la criminalita organizzata; richiede ulteriore prova, mediante elementi specifici, di un effettivo cambiamento

  • Sez. 1, sent. n. 43256 del 22/07/2018 (Rv. 274517-01)

    Giurisprudenza di riferimento che conferma il principio secondo cui la collaborazione non esaurisce la verifica del ravvedimento e che sono necessari elementi aggiuntivi per concedere i benefici

  • art. 173 disp. att. c.p.p.

    utilizzato per limitare la riproduzione dei motivi del ricorso nei limiti necessari

    Norma procedurale che disciplina i limiti per la riproduzione delle conclusioni e dei motivi in cassazione; qui impiegata per indicare che i motivi sono stati riportati nei soli limiti necessari per la decisione

Massime di principio

  • La collaborazione con la giustizia e l'assenza di collegamenti attivi con l'organizzazione criminale, pur rilevanti, non sono di per sé sufficienti per presumere il ravvedimento richiesto per i benefici penitenziari.
  • Nei casi di appartenenza di lunga durata a organizzazioni mafiose e per reati particolarmente gravi, il giudice richiede prova di un ravvedimento profondo: consapevolezza, responsabilizzazione e modificazione stabile dei valori e della vita del soggetto.
  • Le relazioni dell'equipe di trattamento devono essere complete e dimostrare non solo buona condotta carceraria e rispetto delle prescrizioni, ma anche un'analisi approfondita del passato criminale e del percorso di rielaborazione personale.
  • La mancanza di atti di riparazione o la non partecipazione a percorsi di giustizia riparativa può influire negativamente sulla valutazione del ravvedimento.
  • La progressione verso misure alternative richiede gradualità: permessi premio e comportamento in contesto protetto non sostituiscono la valutazione positiva per l'accesso a una misura che comporti maggiore libertà.
  • In un ricorso contro un diniego, le censure devono confrontarsi con argomentazioni concrete del giudice (esame degli elementi di fatto e valutazioni della gradualità); critiche generiche o affermazioni di stereotipi sono difficili da accogliere.

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