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Cassazione Civile, Ordinanza n. 23992/2026 del 23/07/2026

Giurisprudenza giuslavoristica

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

RIGETTO

Favorevole al resistente (lavoratore)

La controversia

Un dipendente di una società chiedeva in giudizio il pagamento di un ticket aziendale che era stato erogato dal 2018 e poi sospeso dalla società dopo il recesso unilaterale da un accordo aziendale a tempo indeterminato. Il Tribunale aveva rigettato la domanda, mentre la Corte d'appello aveva riformato la decisione, accogliendo la pretesa del lavoratore e ritenendo che il ticket fosse dovuto come emolumento collegato ai disagi di lavoro e, quindi, non liberamente sopprimibile. La società proponeva ricorso per cassazione con due motivi: con il primo denunciava violazione degli artt. 1373 e 1375 c.c., in relazione agli artt. 1366 e 1369 c.c., sostenendo che il recesso dall'accordo aziendale era legittimo e che la Corte territoriale aveva impropriamente escluso la recedibilità; con il secondo denunciava violazione dell'art. 2103 c.c., sostenendo che il ticket non fosse una voce retributiva intangibile, ma un'indennità collegata a condizioni di lavoro venute meno, e dunque riducibile o sopprimibile.

La decisione

La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto infondati entrambi i motivi perché, sotto la veste formale della violazione di legge, la società mirava in realtà a ottenere una diversa ricostruzione dei fatti e una diversa interpretazione della clausola dell'accordo aziendale, senza confrontarsi adeguatamente con la motivazione della sentenza impugnata. La Corte ha richiamato il principio secondo cui gli accordi collettivi a tempo indeterminato sono, in linea generale, recedibili unilateralmente per evitare la perpetuità del vincolo, ma i diritti già entrati nel patrimonio del lavoratore restano intangibili, mentre non sono tutelate le mere aspettative. Nel caso concreto, la Corte d'appello aveva interpretato la clausola sul ticket come riferita ai disagi derivanti dalla peculiare conformazione geografica del territorio, e non a voci monetizzative di DPI o a condizioni contingenti venute meno; tale interpretazione è stata ritenuta non censurabile in cassazione perché sorretta da valutazione di merito e non efficacemente attaccata. Il ricorrente è stato condannato alle spese del giudizio di legittimità ed è stato dato atto dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

Norme richiamate

  • art. 1373 c.c.

    Richiamato per affermare la regola generale di recedibilità unilaterale dai rapporti di durata a tempo indeterminato, anche in ambito di accordi aziendali.

  • art. 1375 c.c.

    Invocato dalla ricorrente; la Corte richiama il rispetto di buona fede e correttezza nell'esercizio del recesso.

  • art. 1366 c.c.

    Citato nel ricorso in relazione all'interpretazione del contratto, ma la censura è stata ritenuta inidonea perché diretta a sollecitare una diversa ricostruzione di fatto.

  • art. 1369 c.c.

    Citato nel ricorso in relazione ai criteri interpretativi; la Corte non ravvisa un errore di diritto, ma un tentativo di rivalutazione del merito.

  • art. 2103 c.c.

    Richiamato dalla ricorrente per contestare l'irriducibilità dell'emolumento; la Corte osserva che il motivo presupponeva fatti diversi da quelli accertati in sentenza.

  • art. 360 c.p.c.

    Utilizzato come parametro del vizio dedotto; la Corte afferma che la doglianza, pur formalmente qualificata come violazione di legge, investiva in realtà accertamenti di fatto non censurabili in sede di legittimità.

  • art. 380 bis.1 c.p.c.

    Richiamato per la trattazione camerale del ricorso.

  • art. 13, comma 1 quater, d.P.R. n. 115 del 2002

    Applicato per dare atto dei presupposti del raddoppio del contributo unificato in caso di rigetto del ricorso.

  • art. 13, comma 1 bis, d.P.R. n. 115 del 2002

    Richiamato come base del contributo unificato ulteriore dovuto in caso di rigetto.

Massime di principio

  • Negli accordi collettivi o aziendali a tempo indeterminato il recesso unilaterale è, in linea di principio, ammissibile, poiché un vincolo perpetuo sarebbe incompatibile con la funzione del contratto di durata; il recesso deve tuttavia essere esercitato nel rispetto di buona fede e correttezza.
  • La disciplina più favorevole prevista da un accordo collettivo non può essere unilateralmente rimossa con riguardo ai diritti già maturati e confluiti nel patrimonio del lavoratore; restano invece revocabili le mere aspettative ancora non consolidate.
  • La qualificazione di un emolumento aziendale come voce retributiva irriducibile oppure come indennità collegata a condizioni di lavoro dipende dall'interpretazione della clausola negoziale e dalla concreta funzione dell'attribuzione, accertamento riservato al giudice di merito se logicamente motivato.
  • In sede di legittimità non è ammissibile mascherare una richiesta di nuova valutazione dei fatti sotto forma di denuncia di violazione di legge: il motivo deve confrontarsi specificamente con la ratio decidendi impugnata e indicare l'errore di diritto in relazione alla concreta motivazione adottata.

Come è indicizzato

MaterieRetribuzione e TFRImpugnazioni
RamiLavoroProcesso civileContratti
IstitutiBuona fede e correttezzaOnere della prova

Testo integrale

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