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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 24030/2023 del 05/06/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Richiesta di riparazione per ingiusta detenzione relativa alla custodia cautelare in carcere subita dal 28/10/2013 al 23/6/2016 per un capo di imputazione provvisorio concernente l'art.416-bis c.p.; in primo grado era stato condannato a 6 anni, in appello assolto perche' il fatto non sussisteva. La Corte d'appello, giudice adito ai sensi dell'art.315 c.p.p., ha ritenuto sussistente la condizione ostativa al riconoscimento dell'indennizzo rappresentata dal concorso della condotta dolosa o colposa del ricorrente, valorizzando intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori che indicavano il Mauro come affiliato o comunque contiguo al clan Comberiati, nonostante tali elementi fossero insufficienti per la condanna penale

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato che, nel procedimento per la riparazione dell'ingiusta detenzione, la sussistenza di dolo o colpa grave del richiedente che abbia concorso a determinare la detenzione costituisce causa ostativa all'indennizzo. Ha richiamato il principio secondo cui il giudice della riparazione compie una valutazione ex ante e autonoma rispetto al giudice penale. Ha ritenuto corretta la valutazione della Corte d'appello che, pur riconoscendo l'insufficienza degli elementi per la condanna, ha ritenuto provata la contiguità e le frequentazioni del ricorrente con soggetti del sodalizio (sulla base di dichiarazioni dei collaboratori Cortese, Pace, Liotti e della dichiarante Lea Garofalo e di conversazioni intercettate), idonee a integrare una colpa grave con concausalità rispetto all'adozione della misura cautelare. Il ricorrente e' stato altresì condannato alle spese processuali

Norme richiamate

  • art.416-bis cod.pen.

    Norma relativa all'associazione di tipo mafioso; indica il reato a carico del quale era stata disposta la custodia cautelare e rispetto al quale è stata valutata la contiguità del ricorrente con il sodalizio

  • art.314 cod.proc.pen.

    Richiamato nel motivo di impugnazione; in generale normativa processuale rilevante nel contesto delle misure cautelari e del relativo procedimento (contesto procedurale preso in considerazione dal giudice della riparazione)

  • art.315 cod.proc.pen.

    Individua il giudice adito per la domanda di riparazione; la Corte d'appello ha deciso in tale funzione e secondo i poteri riconosciuti al giudice della riparazione

  • art.606, comma 1, lett.b) e lett.e), cod.proc.pen.

    Criteri di ammissibilita' del ricorso per cassazione dedotti dal ricorrente (violazione di legge e vizio di motivazione); la Corte ha valutato tali censure e le ha ritenute infondate

Massime di principio

  • Nel giudizio di riparazione per ingiusta detenzione il giudice compie una valutazione autonoma ed ex ante rispetto al giudizio penale: non mira a riconsiderare la colpevolezza penale, ma a stabilire se comportamenti del detenuto abbiano concorso a ingenerare l'apparenza di colpevolezza che ha determinato la detenzione
  • La sussistenza di dolo o di colpa grave del richiedente che abbia concorso a determinare la custodia cautelare esclude il diritto all'indennizzo; tale condotta puo' essere extra-processuale (es. comportamenti che hanno provocato l'attribuzione dell'addebito) o processuale (es. autosvelamento, silenzio consapevole sull'alibi)
  • Frequentazioni ambigue o contiguità con soggetti coinvolti in associazioni mafiose, desumibili anche da intercettazioni e da dichiarazioni di collaboratori, possono integrare colpa grave se sussiste almeno una concausalità rispetto all'adozione della misura cautelare
  • Per escludere l'indennizzo il giudice deve motivare specificamente la ricostruzione causale (come la condotta del richiedente ha contribuito a creare l'apparenza di colpevolezza) e valutare compiutamente l'intero materiale probatorio disponibile
  • Per il ricorrente che richiede la riparazione è strategico documentare e dimostrare l'assenza di comportamenti che possano aver ingenerato l'apparenza di reità o fornire spiegazioni e contesti alternativi alle frequentazioni contestate
  • Le dichiarazioni dei collaboratori e le intercettazioni, pur non determinanti per una condanna se ritenute insufficienti, possono comunque essere valorizzate nel processo di riparazione per provare la contiguità o le frequentazioni rilevanti ai fini della concausalità

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