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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 905/2024 del 10/01/2024

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione della condanna per ricettazione aggravata da recidiva qualificata. I motivi: 1) contestazione della qualificazione del reato ex art. 648 c.p., sostenendo l'assenza di disponibilità esclusiva sugli oggetti e la mancanza di consapevolezza della provenienza delittuosa; 2) censura sulla utilizzabilità della denuncia anonima che avrebbe avviato le indagini e sulla perquisizione operata; 3) evidenza che le informazioni per la ricerca degli oggetti sarebbero derivate da persone già indagate (art. 350 c.p.p.), con conseguente nullità o inutilizzabilità degli atti; 4) richiesta di riconoscimento dell'ipotesi lieve (art. 648, comma quarto); 5) contestazione della valutazione della recidiva qualificata ai sensi dell'art. 99 c.p., ritenendo la motivazione meramente formale.

La decisione

Il ricorso in cassazione è stato rigettato. La Corte ha ritenuto infondati i motivi: ha ritenuto adeguata la motivazione della Corte d'appello sulla mancata giustificazione del possesso dei beni provento di furto e sulla loro collocazione nascosta nell'abitazione; ha affermato che la denuncia anonima è stata solo spunto investigativo e che la perquisizione ha portato al sequestro di cose costituenti corpo di reato, utilizzabili anche in presenza di vizi procedurali secondo il principio "male captum bene retentum"; ha escluso la particolare tenuità per numero, tipologia e valore dei beni e per la biografia criminale dell'imputato; ha confermato la corretta applicazione della recidiva qualificata in quanto i precedenti recenti denotano una proclività criminosa. Condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ai sensi dell'art. 616 c.p.p.

Norme richiamate

  • art. 648 cod. pen.

    Norma che disciplina il reato di ricettazione; la Corte ha ritenuto che il possesso ingiustificato di beni provento di furto configurava il reato, anche quando gli oggetti non erano dichiarati di esclusiva disponibilità, se occultati in spazi facilmente accessibili dall'imputato.

  • art. 648 comma quarto (già comma secondo) cod. pen.

    Previsione sulla possibile configurazione dell'ipotesi lieve; la Corte ha escluso l'applicazione per la quantità, tipologia e valore dei beni e per la personalità criminale dell'imputato.

  • art. 99 comma quarto cod. pen.

    Norma sulla recidiva qualificata; la Corte ha ritenuto correttamente motivata l'applicazione perché i precedenti recenti dimostravano una maggiore pericolosità sociale e un grado più elevato di colpevolezza.

  • art. 350 cod. proc. pen.

    Norma che disciplina lo svolgimento delle indagini; la Corte ha osservato che le informazioni da persone coinvolte nelle indagini non hanno determinato l'unica base probatoria e che i beni non sono stati trovati in base esclusiva a tali dichiarazioni.

  • artt. 63 e 64 cod. proc. pen.

    Riferimento alle norme sulle dichiarazioni rese dalle parti e sulle limitazioni; la Corte territoriale ha valutato le dichiarazioni e le fonti, ritenendo legittimo il ricorso alle prove acquisite.

  • art. 185 cod. proc. pen.

    Regola sulla nullità e sugli effetti sugli atti successivi; la Corte ha distinto tra nullità formali e divieti probatori, affermando che il regime del "vizio derivato" non rende automaticamente inutilizzabili le prove quando esse costituiscono corpo di reato.

  • art. 616 cod. proc. pen.

    Norma che disciplina la condanna alle spese processuali in caso di rigetto del ricorso; applicata dalla Corte nei confronti del ricorrente.

  • Sentenza Corte Cost. n. 252/2020

    Richiamata per affermare che la disciplina dei divieti probatori e dell'inutilizzabilità è materia con ampia discrezionalità e che la dottrina dei "frutti dell'albero avvelenato" non trova automatica applicazione nel sistema italiano; conferma la possibilità di utilizzare prove acquisite anche in presenza di vizi dell'atto che le ha generate, se costituiscono corpo di reato e non sussistono divieti probatori espliciti.

Massime di principio

  • Il semplice rilievo che una notizia sia partita da una fonte anonima non impedisce automaticamente l'uso dei riscontri successivi: la denuncia anonima può essere spunto investigativo e le prove raccolte legittimamente sulla base di altri elementi restano utilizzabili.
  • L'illegittimità formale di un atto investigativo non comporta di per sé l'inutilizzabilità delle cose sequestrate quando si tratti di "corpo di reato" o di elementi essenziali per la prova, secondo il principio lessicale 'male captum bene retentum' e i limiti posti dalla disciplina sui divieti probatori.
  • La disponibilità dei beni e il loro occultamento in spazi accessibili all'imputato sono elementi forti per ricondurre la provenienza dolosa al possessore anche se non esclusiva.
  • La particolare tenuità del fatto (art. 648 c.p.) non è riconosciuta quando il numero, la tipologia e il valore dei beni, unitamente alla personalità e ai precedenti del soggetto, denotano una significativa pericolosità sociale.
  • La recidiva qualificata va motivata con riferimento ai precedenti e alla correlazione con i fatti nuovi: precedenti recenti e omogenei rafforzano l'applicazione dell'aggravante.
  • In sede di cassazione i motivi che si limitano a ripetere le stesse censure già disattese dalla corte territoriale, senza una critica nuova e argomentata, sono tipicamente ritenuti inammissibili o infondati.

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