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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 51227/2023 del 21/12/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

I ricorrenti impugnavano la determinazione della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici dopo che la Corte di appello, in sede di rinvio per sopravvenuta prescrizione di alcune imputazioni, aveva rideterminato la pena principale ma aveva lasciato immutata la pena accessoria di sei mesi. Denunciavano violazione di legge e vizio di motivazione, sostenendo che la riduzione della gravità complessiva dei fatti imponeva anche la rideterminazione (e presumibile riduzione) della pena accessoria e che la Corte di appello non adottava una autonoma e specifica motivazione sulla misura adottata, in violazione dell'art. 627 c.p.p. e dell'art. 133 c.p.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili perché manifestamente infondati. Ha rilevato che la pena accessoria era stata quantificata in misura (sei mesi) inferiore al minimo stabilito dalla legge per l'interdizione temporanea dai pubblici uffici (art. 28, comma 4, c.p.), sicché la scelta del giudice aveva prodotto un trattamento più favorevole per gli imputati. Di conseguenza i ricorrenti non avevano interesse ad impugnare la misura accessoria e il ricorso è stato dichiarato inammissibile. I ricorrenti sono stati altresì condannati alle spese processuali e al pagamento di 3.000 euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • art. 627 cod. proc. pen.

    La norma è stata richiamata dai ricorrenti per sostenere l'obbligo di rideterminazione complessiva della pena in sede di rinvio; la Corte ha ritenuto il motivo infondato perché l'impugnazione mancava di interesse rispetto alla pena accessoria già più favorevole dei limiti di legge.

  • art. 133 cod. pen.

    Richiamata dai ricorrenti per lamentare carenza motivazionale e assenza di criteri esplicitati nella quantificazione della pena accessoria; la Corte ha ritenuto irrilevante la presunta carenza motivazionale in presenza dell'assenza di interesse all'impugnazione dovuta al trattamento più favorevole.

  • art. 28, comma quarto, cod. pen.

    l'interdizione non può avere una durata inferiore ad un anno

    La Corte di Cassazione ha richiamato questa disposizione per affermare che la determinazione dell'interdizione in sei mesi comportava un beneficio per gli imputati oltre il minimo legale; tale circostanza ha escluso l'interesse dei ricorrenti ad impugnare la misura accessoria.

Massime di principio

  • Quando in sede di rinvio viene rideterminata la pena principale per effetto di sopravvenuta prescrizione di alcune imputazioni, anche le pene accessorie possono dover essere riesaminate, ma l'interesse a impugnare sussiste solo se la nuova quantificazione può peggiorare la posizione dell'interessato rispetto al quadro precedente.
  • Se la pena accessoria è stata fissata in misura più favorevole rispetto al minimo previsto dalla legge, il ricorrente potrebbe essere privo di interesse a impugnare e il ricorso può essere dichiarato inammissibile.
  • Nel proporre doglianze sulla quantificazione della pena accessoria è utile dimostrare concretamente in che modo la nuova determinazione aggravi la posizione del condannato e indicare i criteri che, a giudizio del ricorrente, il giudice avrebbe dovuto utilizzare.
  • La Corte può respingere per inammissibilità ricorsi che lamentano carenze motivazionali quando, di fatto, il ricorso non prospetta un peggioramento della posizione sostanziale del ricorrente.
  • Prima di impugnare, valutare sempre il confronto tra la misura accessoria imposta e i limiti/minimi previsti dalla legge: se la misura è più favorevole, molte impugnazioni potrebbero essere inutili.

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