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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 11486/2023 del 17/03/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza del Tribunale di Tempio Pausania che aveva applicato a Colantonio la pena concordata di un anno di reclusione per il reato di associazione per delinquere con vari reati fine. Il ricorrente ha denunciato l'illegalità della pena sostenendo che all'imputato era stato contestato il delitto previsto dal primo comma dell'art. 416 cod. pen. (promozione, costituzione, organizzazione dell'associazione), per il quale la pena minima è di tre anni, mentre nel provvedimento era stata applicata una pena di un anno previa concessione delle circostanze attenuanti generiche con giudizio di prevalenza rispetto a una contestata aggravante; il Procuratore Generale ha quindi dedotto un errore nella determinazione della pena.

La decisione

La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha motivato che, alla luce dei limiti di sindacato previsti dagli artt. 444 e ss. c.p.p. (procedura del patteggiamento e relative conseguenze), non è consentito ritenere illegale la pena applicata: non può essere escluso che il giudice abbia implicitamente valutato la sussistenza di una mera partecipazione all'associazione invece che della promozione, costituzione od organizzazione, e l'eventuale accordo implicito delle parti o la motivazione essenziale del giudice non consentono di riscontrare una violazione di legge nella sede di legittimità. Pertanto il ricorso è stato dichiarato inammissibile (deciso il 22 novembre 2022).

Norme richiamate

  • art. 416 cod. pen.

    La norma incriminatrice distingue tra diverse fattispecie di associazione per delinquere; il ricorrente sosteneva che fosse applicato il comma 1 (promozione, costituzione, organizzazione) con pena minima di tre anni, ma la Corte ha ritenuto che, nei limiti di sindacato del rito concordato, non si può escludere una diversa qualificazione fattuale (mera partecipazione) che giustifichi la pena applicata.

  • artt. 444 e segg. cod. proc. pen.

    Le norme sul patteggiamento e sui limiti del sindacato in sede di legittimità impediscono una valutazione ampia e sostanziale della legittimità della pena concordata; quindi, salvo evidenti violazioni di legge, la Corte non può riformare una pena quando è possibile ricostruire che la diminuzione sia derivata da diversa qualificazione implicita dei fatti o da accordo delle parti.

Massime di principio

  • Nei casi di patteggiamento la Corte di legittimità ha limiti nel sindacare la determinazione della pena: non può riformarla sulla base di valutazioni fattuali implicitamente svolte dal giudice di merito, salvo chiara e diretta violazione di legge.
  • Se la pena risultante dal patteggiamento è inferiore al minimo previsto per una particolare qualificazione del reato, il ricorso deve dimostrare in modo evidente che il giudice ha applicato una fattispecie più grave senza poter ridurre la pena; altrimenti è possibile che la riduzione derivi da diversa qualificazione dei fatti (es. partecipazione anziché promozione).
  • La mera carenza o essenzialità della motivazione del giudice sul punto non è automaticamente sufficiente in sede di legittimità per dichiarare illegale la pena quando sussiste la possibilità di una motivazione implicita o di un accordo tra le parti.
  • Per impugnare efficacemente una pena concordata conviene chiedere in primo grado motivazioni più dettagliate sulla qualificazione dei fatti o produrre elementi processuali che dimostrino l'erronea qualificazione giuridica, poiché la Cassazione controlla prevalentemente la legittimità formale e giuridica, non le valutazioni fattuali implicitamente svolte nel patteggiamento.

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