Cassazione Penale, Sentenza n. 46394/2023 del 16/11/2023
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al resistente
La controversia
De Sio era stato condannato per il reato di cui all'art. 481 cod. pen. per avere, in qualità di avvocato, attestato falsamente l'autenticità della sottoscrizione di Alessandro Pane in un mandato alle liti. Il ricorrente ha impugnato sostenendo che non era provata la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato (dolo): in particolare, la sua presunta inconsapevolezza circa la falsità della firma e la possibilità che l'autenticazione fosse stata effettuata "differita" senza che egli potesse avere certezza dell'autografia.
La decisione
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità e omesso confronto con la motivazione della sentenza impugnata. Ha ritenuto che la Corte d'appello avesse correttamente accertato, attraverso una pluralità di elementi fattuali (uso non autorizzato del nome del Pane sulla targa dello studio, indicazione falsa della sua presenza a riunioni, mancato coinvolgimento nel procedimento e corrispondenza che ne prova l'estraneità), la consapevolezza dell'imputato circa la falsa attestazione di autenticità della firma. La Corte ha inoltre chiarito che il potere certificativo dell'avvocato riguarda l'autografia della sottoscrizione e non l'apposizione in presenza del sottoscrittore; ha osservato che l'errore colposo avrebbe escluso il dolo, ma qui la prova degli indizi esclude un errore di tal genere. Conseguentemente è stata dichiarata l'inammissibilità del ricorso; il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di euro 3000,00 alla Cassa delle ammende.
Norme richiamate
Il reato è integrato dalla falsità dell'attestazione di autenticità della firma fatta dall'avvocato consapevole della falsità, non dalla mera attestazione che la firma sia stata apposta in sua presenza; il focale è il dolo relativo alla falsa attestazione.
Richiede motivi specifici nel ricorso per cassazione; la Corte ha ritenuto il ricorso generico perché non ha svolto un effettivo confronto critico con la motivazione impugnata.
Prevede le conseguenze processuali della declaratoria di inammissibilità; applicata per la condanna alle spese processuali e agli oneri previsti per ricorso inammissibile.
Corte Costituzionale, sent. n. 186 del 7-13 giugno 2000
Richiamata per il principio secondo cui l'inammissibilità del ricorso può comportare sanzioni pecuniarie in presenza di profili di colpa nel ricorso.
Cass. pen., sez. V, ord. 22 marzo 2022 (n. 16214)
Giurisprudenza richiamata sul punto che il potere certificativo dell'avvocato riguarda l'autografia della firma e non l'apposizione in presenza del sottoscrittore.
Massime di principio
- Il reato di cui all'art. 481 cod. pen., quando riguarda avvocati, si concentra sulla consapevolezza della falsità dell'attestazione di autenticità della firma, non sulla mera presenza fisica del sottoscrittore al momento della firma.
- La prova del dolo può essere raggiunta anche con un ragionamento logico-deduttivo e con plurimi indici circostanziali che, nel loro insieme, escludono una spiegazione innocente o un errore colpevole.
- Un errore di fatto dovuto a negligenza (errore colposo) può escludere il dolo, ma la valutazione compete al giudice di merito e richiede un serio confronto con gli elementi fattuali; dubbi ragionevoli sull'intenzionalità favoriscono l'imputato.
- In sede di cassazione il ricorso deve contenere censure specifiche e un confronto puntuale con la motivazione della sentenza impugnata; censure generiche o formali rischiano l'inammissibilità e sanzioni pecuniarie.
- La pratica dell'autenticazione "differita" non è di per sé illecita, ma l'avvocato che autentica deve avere certezza dell'identità e dell'autografia del sottoscrittore; l'assenza di tale certezza espone al rischio di responsabilità penale se sussistono indizi di consapevolezza della falsità.
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