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Sentenza civile

Cassazione Civile, Sentenza n. 27441/2025 del 14/10/2025

Giurisprudenza civile

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

I ricorrenti hanno contestato la mancata consegna di merce relativa ad ordini per il punto vendita monomarca Benetton di Bari, lamentando che la convenuta si era rifiutata arbitrariamente di rifornire la merce ordinata, costringendo la ricorrente a chiudere il negozio; hanno chiesto accertamento dell'illegittimità dell'escussione di una fideiussione e la restituzione di euro 38.325,90, oltre risarcimenti per danno emergente, lucro cessante e danno all'immagine (complessivi richiesti circa euro 147.870,41) e euro 10.000 a titolo di danno all'immagine personale per Maiorano. In primo grado il Tribunale aveva accolto le domande risarcitorie ritenendo sussistente un rifiuto arbitrario di rifornire (ed elemento di abuso di dipendenza economica); la Corte d'appello ha riformato ritenendo che il rapporto fosse fatto di autonomi contratti di compravendita di singoli ordinativi (effetti prodotti solo all'accettazione/esecuzione dell'ordine) e ha respinto la domanda di risarcimento; i ricorrenti hanno impugnato in cassazione sostenendo errata qualificazione del rapporto, falsa applicazione e omesso esame di fatti decisivi e errata ripartizione dell'onere della prova, nonché violazione degli obblighi di buona fede.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto inammissibile la richiesta di rivalutazione dei fatti decisivi su cui si fonda la qualificazione del rapporto operata dalla Corte d'appello (ossia che si trattasse di compravendite autonome e non di somministrazione continuativa). Ha inoltre osservato che molte delle contestazioni relative all'escussione della fideiussione e alla presunta esposizione debitoria non erano state efficacemente impugnate in sede di appello o erano state trattate ad abundantiam dalla Corte d'appello e non erano decisive per il quid decidendi. Per questi motivi il ricorso è stato respinto e i ricorrenti condannati in solido al pagamento delle spese del giudizio in favore della controricorrente (liquidate in euro 6.200 oltre oneri), con indicazione della sussistenza dei presupposti per eventuale ulteriore contributo unificato ai sensi dell'art. 13 d.P.R. n. 115/2002.

Norme richiamate

  • art. 1559 c.c.

    Riferimento generale alla disciplina del contratto di somministrazione; la Corte ha valutato che, pur evocata dai ricorrenti, la fattispecie era stata correttamente qualificata dalla Corte d'appello come compravendita di singoli ordini e non come somministrazione continuativa, quindi la disciplina di cui all'art. 1559 non è risultata applicabile al caso decisivo.

  • art. 1565 c.c.

    Norma che disciplina l'onere della prova e le conseguenze nel contratto di somministrazione (es. sospensione per inadempimento). La Corte ha rilevato che i rilievi relativi all'art. 1565 erano stati svolti ad abundantiam dalla Corte d'appello: la decisione si fondava sulla qualificazione del rapporto come compravendita di singoli ordini, per cui le regole probatorie proprie della somministrazione non hanno avuto rilievo decisorio.

  • art. 1570 c.c.

    Richiamato in relazione alla disciplina delle obbligazioni di fornitura; la Corte di Cassazione non ha ritenuto necessario riqualificare il rapporto sotto il profilo previsto da tale norma poiché la Corte d'appello aveva già accertato che si trattava di autonome compravendite.

  • art. 360 c.p.c., n. 5

    Richiamato dai ricorrenti per vizio di motivazione e omesso esame di fatti decisivi. La Corte ha respinto il motivo, sottolineando i limiti del giudizio di legittimità a rivedere la valutazione di fatti e prove compiuta dal giudice d'appello salvo profili di motivazione manifestamente illogici o carenti, non riscontrati nel caso.

  • art. 13, comma 1-quater d.P.R. n. 115/2002

    Norma rilevante per l'applicazione e la determinazione del contributo unificato processuale; la Corte ha dato atto della sussistenza dei presupposti per un ulteriore versamento da parte dei ricorrenti.

Massime di principio

  • La qualificazione giuridica del rapporto commerciale (contratto di somministrazione/fornitura continuativa vs compravendita di singoli ordini) dipende dalla valutazione dei fatti e delle modalità operative effettive: la giurisprudenza valuta la prassi reale e gli effetti concreti, non solo la dizione formale degli atti.
  • In sede di Cassazione non è possibile ottenere una rivalutazione globale della prova e dei fatti; i motivi basati sulla diversa valutazione delle risultanze probatorie devono dimostrare un vizio di motivazione grave e strutturale ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5.
  • Se si assume l'esistenza di un rapporto di somministrazione, l'onere della prova relativo all'inadempimento e alla sua entità può ricadere diversamente rispetto al contratto di compravendita: tuttavia è essenziale che la qualificazione sia sostenuta da prove fattuali robuste già in primo grado e in appello.
  • L'escussione di una fideiussione e la presunta illegittimità della stessa costituiscono questioni che devono essere specificamente dedotte e impugnate; se non efficacemente contestate in appello, possono risultare non decisive o non rimesse al vaglio della Corte d'appello.
  • Le doglianze attinenti alla violazione degli obblighi di buona fede e correttezza contrattuale richiedono che la ricostruzione fattuale supporti il comportamento contrario a tali obblighi; se la qualifica del rapporto non è accolta dal giudice, i profili di buona fede possono perdere rilievo.
  • In appello è strategico impugnare espressamente tutte le statuizioni decisive del primo grado (compreso il mancato accoglimento di specifiche domande come la restituzione di somme escusse), altrimenti tali questioni potrebbero essere considerate non assorbite o non dedotte e non riesaminate.

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