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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 37139/2022 del 30/09/2022

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Ricorso articolato in due motivi: 1) vizio nell'applicazione dell'art. 133 c.p. per non aver attenuato la pena alla luce delle dichiarazioni del collaboratore Carmelo D'Amico, che avrebbe riferito una presunta 'uscita' di Ofria dall'associazione già dal 1992; la difesa chiedeva che tali elementi influissero sulla determinazione del trattamento sanzionatorio (non sulla responsabilità). 2) vizio di motivazione nella individuazione del reato piu' grave ai fini della disciplina della continuazione: il ricorrente sosteneva che il reato già giudicato (capo della organizzazione, comma 2 art. 416-bis) fosse piu' grave rispetto al reato sub iudice (mera partecipazione, comma 1 art. 416-bis) e che la Corte di appello avesse poi contraddittoriamente valorizzato un ruolo apicale non compatibile con l'annullamento parziale intervenuto.

La decisione

Il ricorso è stato rigettato. La Cassazione ha ritenuto non fondate entrambe le censure: 1) la Corte di appello ha valutato le dichiarazioni del collaboratore e le ha ritenute non sufficientemente affidabili da incidere sul ruolo definitivamente accertato del ricorrente, quindi ha escluso che potessero attenuare la pena; 2) la Corte di appello ha correttamente individuato il reato sub iudice (partecipazione ad associazione mafiosa armata, commessa sino al 24/6/2011) quale reato piu' grave, confrontando le misure edittali e le pene (minimo edittale superiore e pena irroganda di 10 anni vs 7 anni per il reato definitivamente giudicato). Sul piano della determinazione della pena, il giudice di rinvio ha calcolato la pena complessiva in anni 11 e mesi 2, così composta: pena base per il reato più grave 10 anni; aumento di 3 anni per recidiva; riduzione per il rito abbreviato a 8 anni e 8 mesi; aumento di 2 anni e 6 mesi per continuazione con la condanna definitiva del processo "Marenostrum" (1986-1995). La Cassazione ha confermato il rigetto e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Norme richiamate

  • art. 416-bis cod. pen. (commi 1, 2 e 4)

    Distinzione fra il reato di partecipazione (comma 1) e le qualifiche apicali (comma 2); comma 4 come aggravante per l'associazione armata. Nella sentenza è stata applicata la distinzione per definire i capi e per valutare periodi temporali diversi delle condotte.

  • art. 133 cod. pen.

    Regola la determinazione della pena. La Corte ha ritenuto che le nuove dichiarazioni non fossero affidabili per ridurre il trattamento sanzionatorio già determinato in base a fatti definitivamente accertati.

  • art. 187 disp. att. cod. proc. pen.

    Richiamato come criterio di confronto: quando alcuni reati sono definitivamente giudicati e altri sono sub iudice, si può individuare il reato più grave confrontando le pene inflitte e quelle da infliggere; la Corte ha fatto un confronto fra grandezze omogenee (pena inflitta e pena da infliggere).

  • art. 81 cod. pen.

    Richiama il principio del limite della pena complessiva (es. non oltre il triplo della pena per il reato più grave); la Corte ha vigilato sul rispetto di tali prescrizioni nella determinazione della pena complessiva.

  • art. 99 cod. pen., comma 4

    Norma relativa agli effetti della recidiva sulla misura della pena; la Corte ha applicato un aumento per recidiva nella determinazione del trattamento sanzionatorio.

  • legge n. 251/2005

    Intervento normativo che ha inciso sulla disciplina e sulle pene spettanti per il reato di associazione mafiosa, rilevato nel confronto delle misure edittali.

  • d.l. n. 92/2008

    Ulteriore intervento che ha innalzato il minimo edittale per il reato di associazione mafiosa; utilizzato per il confronto fra le pene edittali delle condotte sub iudice e definitivamente giudicate.

  • Sezioni Unite, sent. n. 47127 del 24/06/2021 (Pizzone)

    Giurisprudenza richiamata per la problematica dell'individuazione del reato più grave in casi di continuazione fra fatti sub iudice e fatti irrevocabilmente giudicati: impone che il giudice espliciti i criteri e le grandezze confrontate (pene edittali, pene inflitte/da infliggere) per assicurare controllo e rispetto dei limiti (es. art. 81 c.p.).

Massime di principio

  • Le dichiarazioni di collaboratori possono essere prese in considerazione in sede di determinazione della pena, ma solo se il giudice le ritiene affidabili e pertinenti rispetto a fatti definitivamente accertati; la mancata considerazione è ammissibile se motivata come inaffidabilità.
  • Nel calcolo della continuazione tra reati sub iudice e reati già giudicati, il giudice può individuare il reato più grave confrontando pene edittali e pene inflitte; deve però esplicitare le grandezze considerate per consentire il controllo di legittimità.
  • Quando parte delle condotte è già giudicata con sentenza definitiva, il giudice di cognizione deve rispettare la definitività delle pene già inflitte e valutare la pena complessiva nel rispetto dei limiti previsti (es. non oltre il triplo della pena per il reato più grave).
  • La riduzione per il rito abbreviato e gli aumenti per recidiva o continuazione devono essere dettagliatamente computati e motivati nella determinazione della pena complessiva.
  • Le modifiche legislative intervenute nel tempo (es. legge 251/2005, d.l. 92/2008) influenzano il confronto tra reati commessi in epoche diverse e possono determinare quale reato risulta piu' grave ai fini della continuazione.
  • La Corte di legittimità tende a confermare scelte motivate del giudice di merito che abbiano valutato l'affidabilità delle prove e rispettato i criteri di confronto tra pene; gli errori vanno dimostrati come tali e non solo lamentati in termini generici.

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