Cassazione Penale, Ordinanza n. 06047/2026 del 13/02/2026
Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeLa Corte di cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso perché le doglianze erano manifestamente infondate e reiterative di questioni già affrontate con motivazione immune da vizi logici e giuridici. Ha quindi condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 3.000 alla Cassa delle ammende ai sensi dell'art. 616 c.p.p.
Esito
Favorevole al resistente (tribunale di sorveglianza)
La controversia
Il detenuto ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Roma con cui erano state ritenute infondate due questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione all'art. 41-bis ord. pen.: da un lato, la previsione della competenza del Tribunale di sorveglianza di Roma per i reclami avverso i provvedimenti ministeriali di applicazione, proroga o revoca del regime differenziato, ritenuta dal ricorrente lesiva del principio del giudice naturale e degli artt. 3, 27, 117 Cost. e 6 CEDU; dall'altro, la disciplina che, ai fini della proroga, richiede al detenuto di dimostrare il venir meno dei collegamenti con l'associazione criminale, considerata dal ricorrente una probatio diabolica e un automatismo probatorio incompatibile con gli artt. 27 Cost. e 6-7 CEDU. Il ricorso, tuttavia, si limitava a riproporre tali censure costituzionali già esaminate e motivate come manifestamente infondate dal giudice di sorveglianza.
Norme richiamate
art. 41-bis l. 26 luglio 1975, n. 354
comma 2-quinquies; comma 2-bis
il regime detentivo differenziato e la disciplina della proroga sono ritenuti compatibili con i parametri costituzionali e convenzionali; la competenza del Tribunale di sorveglianza di Roma riguarda i provvedimenti ministeriali di sottoposizione, proroga o revoca, mentre le singole modalità applicative restano al magistrato di sorveglianza del luogo di detenzione
art. 25 Cost.
non è violato il principio del giudice naturale dalla competenza nazionale del Tribunale di sorveglianza di Roma, perché essa è prevista in via generale e astratta dalla legge
art. 27 Cost.
la disciplina del 41-bis e l'onere di allegazione del detenuto non contrastano con i principi di personalità della responsabilità e di finalità rieducativa della pena
art. 3 Cost.
la censura di irragionevolezza della competenza del Tribunale di sorveglianza di Roma è ritenuta infondata
art. 117 Cost.
richiamato in relazione alla conformità della disciplina all'ordinamento convenzionale
art. 6 CEDU
la disciplina del regime differenziato e del giudice competente è ritenuta non in contrasto con il giusto processo convenzionale
art. 7 CEDU
richiamato dalla difesa quanto all'asserita incompatibilità dell'onere probatorio, ma la censura è disattesa
conferma la competenza generale del magistrato di sorveglianza del luogo di detenzione per i profili applicativi delle singole restrizioni
consente la condanna del ricorrente inammissibile al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende
Massime di principio
- In materia di regime detentivo differenziato ex art. 41-bis ord. pen., la competenza del Tribunale di sorveglianza di Roma è giustificata dalla legge come competenza unica nazionale limitata ai provvedimenti ministeriali di sottoposizione, proroga o revoca, e non viola di per sé il principio del giudice naturale.
- La competenza nazionale del Tribunale di sorveglianza di Roma non esclude la competenza del magistrato di sorveglianza del luogo di detenzione per i profili applicativi delle singole restrizioni incidenti sui diritti soggettivi del detenuto.
- La disciplina della proroga del 41-bis non introduce una probatio diabolica: l'interessato può contrastare la presunzione di attualità dei collegamenti con allegazioni specifiche e concrete, che il giudice deve verificare puntualmente.
- Nei giudizi di proroga del regime differenziato, il mero decorso del tempo non è sufficiente a far venir meno la capacità del condannato di mantenere collegamenti con l'organizzazione criminale di riferimento.
- Quando il ricorso di cassazione si limiti a riproporre censure già dichiarate manifestamente infondate dal giudice di merito con motivazione logica e giuridicamente corretta, il ricorso è inammissibile.
- L'inammissibilità del ricorso comporta la condanna alle spese processuali e, salvo cause di esonero, al versamento di una somma alla Cassa delle ammende.
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