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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 03923/2026 del 30/01/2026

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Corvo, nella qualità di amministratore e socio unico della Videonolo s.r.l., è stato ritenuto responsabile del reato di peculato per aver omesso di versare somme costituenti il PREU e altri importi dovuti al concessionario e all'Amministrazione dei Monopoli di Stato (fatti del 11/05/2016 e 31/03-15/05/2017). Ha impugnato la sentenza di appello sollevando cinque motivi: (1) censura della qualificazione del gestore di AWP come incaricato di pubblico servizio e richiesta di questione di legittimità costituzionale per violazione degli artt. 3 e 27 Cost.; (2) richiesta di derubricazione a furto o esclusione della configurabilità del peculato (argomentando che gli apparecchi sarebbero di proprietà del gestore e si tratterebbe di inadempimento contrattuale o di esercizio di servizio di pubblica necessità); (3) contestazione del profilo soggettivo e dedotta mancanza di dolo per le difficoltà economiche e le richieste di rateizzazione; (4) richiesta di applicazione dell'attenuante speciale di particolare tenuità ex art. 323-bis c.p.; (5) contestazione del mancato riconoscimento della continuazione e presunto ne bis in idem rispetto a una sentenza per reati fallimentari.

La decisione

La Corte di cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le censure fossero in gran parte ripetitive e rivolte a un riesame del merito e della valutazione della prova, non consentito in sede di legittimità, richiamando il carattere 'doppia conforme' delle decisioni di primo e secondo grado. Ha confermato l'orientamento delle Sezioni Unite (sent. n. 6087/2020 e giurisprudenza successiva) secondo cui l'attività del gestore di AWP comprende compiti propri del pubblico servizio e che l'appropriazione dei proventi, compresa la parte destinata al PREU, integra il reato di peculato. Ha ritenuto generico il motivo relativo al dolo e infondati i motivi relativi all'attenuante di particolare tenuità e alla continuità/ ne bis in idem, osservando l'entità ingente e la sistematicità delle appropriazioni (importi rilevanti mai restituiti). Ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali, alla sanzione pecuniaria di euro 3.000 a favore della cassa delle ammende e alla refusione delle spese di rappresentanza e difesa delle parti civili.

Norme richiamate

  • art. 314 cod. pen. (peculato)

    La Corte ha confermato che l'appropriazione da parte del gestore degli incassi delle AWP, compresa la quota destinata al PREU, integra il reato di peculato quando il gestore è qualificabile come incaricato di pubblico servizio; si richiama la giurisprudenza delle Sezioni Unite che ha affermato tale principio.

  • art. 323-bis cod. pen. (attenuante speciale per la particolare tenuità del fatto)

    Non applicata: la Corte territoriale ha valutato l'assenza dei presupposti in presenza di appropriazioni multiple, continuate e di ingente entità, per cui la particolare tenuità non può essere riconosciuta.

  • art. 3 Cost.

    Richiamata nella prospettiva di una presunta violazione della parità di trattamento: la Corte ha ritenuto la questione manifestamente infondata poiché la doglianza concerneva l'interpretazione giurisprudenziale e avrebbe richiesto modifiche di sistema riservate al legislatore.

  • art. 27, comma 3 Cost.

    Richiamato nella contestazione sulla proporzionalità e finalità rieducativa della pena: la Corte ha ritenuto il rilievo inammissibile perché basato su un sindacato del merito e su una richiesta di rimodulazione normativa, non su una illegittimità costituzionale della norma applicata.

  • TULPS, art. 110, sesto e settimo comma

    Interpretato, alla luce della giurisprudenza di legittimità (Sezioni Unite), nel senso che i gestori di apparecchi da gioco svolgono, per effetto della convenzione di concessione, anche attività proprie del pubblico servizio, giustificando la qualificazione come incaricati di pubblico servizio ai fini del peculato.

  • Cass. Sez. Un. n. 6087/2020 (Rubbo) e giurisprudenza correlata

    Giurisprudenza richiamata come principio vincolante in materia: afferma che il denaro incassato dagli apparecchi di gioco appartiene alla pubblica amministrazione sin dal momento della riscossione e che l'appropriazione integra peculato; tali principi sono stati ritenuti decisivi per escludere qualificazioni alternative come il furto o il mero inadempimento contrattuale.

Massime di principio

  • Il gestore/gestore di AWP che incassa somme destinate al PREU può essere qualificato come incaricato di pubblico servizio e la sottrazione di tali somme integra il reato di peculato, secondo l'orientamento delle Sezioni Unite.
  • La Corte di cassazione non ammette, in sede di legittimità, un riesame del merito e della valutazione della prova già compiuta da primo e secondo grado, specialmente quando esiste una 'doppia conforme' tra le decisioni.
  • Le questioni di costituzionalità fondate su una diversa interpretazione giurisprudenziale della norma (piuttosto che su un vizio formale della legge) sono spesso dichiarate manifestamente infondate quando comporterebbero una modifica di sistema che spetta al legislatore.
  • Le difficoltà economiche dell'imprenditore e le dilazioni richieste non escludono automaticamente il dolo nell'appropriazione di denaro pubblico: l'elemento soggettivo va valutato con riferimento alla natura del denaro (denaro della P.A.) e al comportamento complessivo.
  • L'attenuante speciale per particolare tenuità non si applica quando le appropriazioni sono multiple, continuative e di rilevante entità; il giudice può valutare il fatto nel suo complesso per escludere la tenuità.
  • I reati di peculato e i reati fallimentari (o altri reati patrimoniali) possono coesistere senza violare il ne bis in idem, purché differiscano per soggetto attivo, bene giuridico tutelato, modalità di aggressione e momento consumativo.

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