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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 11346/2026 del 26/03/2026

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorrente impugnava l'ordinanza del Tribunale di Roma che aveva rigettato la richiesta di applicazione del regime della continuazione tra due gruppi di sentenze esecutive (sentenze sub 3), 4), 6) e sentenze sub 7), 8), 10)). De Martino sosteneva che i fatti contestati erano temporalmente contigui (31/07/2018 - 13/02/2019), presentavano modalità esecutive identiche (truffe telefoniche con finti avvocati/forze dell'ordine che chiedevano cauzioni) e talune vicende erano perpetrate nello stesso ambito geografico (Sicilia), nonché che vi era compartecipazione familiare (padre Antonio De Martino), elementi che avrebbero dovuto far riconoscere l'unicità del disegno criminoso e quindi il vincolo della continuazione.

La decisione

La Corte di cassazione ha ritenuto il ricorso fondato; ha ritenuto che l'ordinanza del Tribunale di Roma presentava carenze e contraddizioni motivazionali, in particolare per il mancato confronto con l'ordinanza del G.I.P. del Tribunale di Ragusa dell'1/7/2022 che aveva già unificato alcune vicende per continuità. La Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata e ha disposto il rinvio al Tribunale di Roma, quale giudice dell'esecuzione, in diversa composizione, per una rivalutazione complessiva degli elementi sintomatici dell'unicità del disegno criminoso alla luce delle osservazioni svolte (valutare temporalità, analogia delle modalità e contiguità geografica).

Norme richiamate

  • art. 81 cod. pen. (secondo comma)

    La Corte richiama il principio della continuazione tra reati come criterio di individuazione di un unico disegno criminoso; la mancata valutazione complessiva degli elementi indicativi di continuità (temporale, modale, partecipativa e geografica) configura vizio motivazionale.

  • art. 671 cod. proc. pen.

    Norma procedurale relativa al procedimento di esecuzione e alle decisioni del giudice dell'esecuzione; la Corte ha rilevato che il giudice dell'esecuzione non ha adeguatamente motivato il rigetto della richiesta di riconoscimento della continuazione, senza confronto con le precedenti determinazioni del G.I.P.

  • sentenza Corte cost. n. 183 del 2013

    Richiamata in relazione alla composizione del giudice dell'esecuzione per il rinvio in diversa composizione; utilizzata come parametro procedurale per disporre il nuovo esame da parte di diverso collegio.

Massime di principio

  • Per il riconoscimento della continuazione è determinante una valutazione complessiva: contiguità temporale, analogia delle modalità esecutive, identità o sovrapponibilità del disegno criminoso e partecipazione degli stessi soggetti rafforzano il vincolo.
  • La contiguità geografica può essere un elemento indicativo ma non è assoluto: la dispersione territoriale non esclude la continuazione se prevalgono gli altri elementi (stesso disegno, medesime modalità, temporalità ravvicinata).
  • Il giudice dell'esecuzione deve confrontare espressamente le proprie ragioni con precedenti provvedimenti (es. ordinanze di unificazione del G.I.P.) che hanno ritenuto l'esistenza di un disegno unitario; il mancato confronto può determinare annullamento per vizio motivazionale.
  • La mera distanza territoriale o la necessità di 'riorganizzazione in loco' può giustificare l'autonomia dei reati solo se adeguatamente dimostrata con elementi concreti che rompano il nesso ideativo; l'accertamento richiede motivazione puntuale.
  • La partecipazione di soggetti comuni (es. medesimi coautori o promotori) e la ripetizione di identiche tecniche di commissione (stesso modus operandi) sono indici forti della sussistenza della continuazione.
  • In caso di dubbio o di motivazione carente del giudice dell'esecuzione, la Corte può annullare e rinviare per un nuovo esame; chi impugna dovrebbe evidenziare e documentare temporalità, analogie modali, contiguità territoriale e partecipanti comuni.

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