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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 21321/2025 del 06/06/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione per errore di fatto ai sensi dell'art. 625-bis c.p.p. avverso la sentenza n. 38821/24 della Corte di cassazione (24/09/2024). Il ricorrente deduce che la Corte di appello di Reggio Calabria, nel giudizio di rinvio, aveva applicato una pena pecuniaria (euro 4.000,00) superiore al massimo edittale vigente all'epoca del fatto (aprile/maggio 2002), che sarebbe stato pari a euro 1.549,00, e che la Corte di cassazione non aveva rilevato d'ufficio tale illegittimità della pena.

La decisione

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile. La Corte ha richiamato la definizione restrittiva dell'errore di fatto ai sensi dell'art. 625-bis c.p.p. (errore percettivo/svista nella lettura degli atti che abbia influenzato la decisione) e ha ritenuto che, poiché il ricorso originario alla Corte di cassazione non aveva dedotto questioni relative alla pena ma solo censure sull'applicabilità dell'aggravante, la Corte non poteva essere considerata vittima di una svista rilevabile in questa sede. La Corte ha comunque osservato che la questione dell'illegalità della pena può essere proposta davanti al giudice dell'esecuzione e ha ricordato l'orientamento secondo cui la Corte di cassazione può rilevare d'ufficio una pena illegale quando la questione può essere incidentalmente emersa nell'esame dei motivi. Per l'inammissibilità, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • art. 625-bis cod. proc. pen.

    La norma è interpretata in senso restrittivo: l'errore di fatto rilevabile è l'errore percettivo o la svista nella lettura degli atti che abbia effettivamente influenzato la decisione; solo se la questione erroneamente non considerata poteva essere incidentalmente incontrata dalla Corte nell'esame dei motivi si configura ricorso per errore di fatto.

  • art. 7 legge n. 203 del 1991

    Riconosciuta l'applicabilità dell'aggravante ai fatti contestati (come già valutato in grado di merito), ma le censure originarie non vertevano sulla pena applicata, bensì sull'aggravante stessa.

  • art. 2 legge n. 895 del 1967

    Norma che disciplina il reato di detenzione di esplosivi, oggetto della condanna; la Corte ha preso atto della fattispecie e della pena comminata in relazione a tale reato, senza poter rettificare la sanzione pecuniaria in assenza di deduzioni specifiche sulla pena nel ricorso originario.

Massime di principio

  • Il ricorso straordinario per errore di fatto ex art. 625-bis c.p.p. è di stretta portata: riguarda errori percettivi/sviste nella lettura degli atti che abbiano inciso sulla decisione.
  • Perché la Corte di cassazione possa essere ritenuta responsabile di errore di fatto per non aver rilevato d'ufficio una illegittimità, la questione oggetto di svista deve essere tale che la Corte, nell'esaminare i motivi proposti, potesse imbattersi incidentalmente in essa; questioni estranee alle censure svolte non sono normalmente riaperte con questo rimedio.
  • La Corte di cassazione può rilevare d'ufficio l'illegalità della pena, ma tale intervento è subordinato al fatto che la questione fosse comunque in qualche modo accessibile all'esame dei motivi: se il ricorso originario non affronta la pena, la rettifica tramite ricorso straordinario per errore di fatto è spesso inammissibile.
  • Se si rileva una pena pecuniaria superiore al massimo edittale, è opportuno sollevare il vizio già nei motivi di ricorso in Cassazione o, in alternativa, prospettarlo al giudice dell'esecuzione; il giudice dell'esecuzione rappresenta un rimedio praticabile per far valere l'illegalità della pena non sanata in Cassazione.
  • Presentare un ricorso straordinario per errore di fatto fuori dai limiti previsti comporta rischio di inammissibilità e di condanna alle spese e ad una sanzione (Cassa delle ammende); è dunque consigliabile porre in primo grado o nei gradi di giudizio superiori ogni deduzione sulla legittimità della pena.

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