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Cassazione Civile, Ordinanza n. 13173/2026 del 07/05/2026

Giurisprudenza giuslavoristica

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

RIGETTO

Favorevole al resistente (datore di lavoro)

La controversia

La controversia nasce dal rapporto di lavoro di un dipendente bancario che, all'atto dell'assunzione, aveva ottenuto l'inquadramento e la sede da lui richiesti (sede di Caltanissetta e mansioni di coordinatore commerciale), in cambio di una clausola contrattuale che prevedeva, in caso di dimissioni, un preavviso di dodici mesi. Dopo circa otto mesi la banca lo trasferiva a Catania e lo adibiva a mansioni diverse (specialista retail), che il lavoratore qualificava come demansionamento e come violazione dell'accordo iniziale. Egli rassegnava quindi dimissioni, indicando un preavviso inferiore a quello pattuito, e contestava la richiesta della banca di corrispondere l'indennità di mancato preavviso, chiedendo la nullità o inefficacia della clausola di prolungamento del preavviso, la restituzione delle somme trattenute e il risarcimento dei danni. La banca resisteva e proponeva domanda riconvenzionale per ottenere l'indennità di preavviso non lavorato, sostenendo la piena validità della clausola; in subordine chiedeva la restituzione dell'assegno ad personam corrisposto come corrispettivo del patto. In primo grado il tribunale aveva ritenuto illegittimi trasferimento e nuove mansioni, riconoscendo alcuni danni al lavoratore ma condannandolo comunque al pagamento dell'indennità di mancato preavviso. In appello, dopo un precedente giudizio di cassazione con rinvio, la corte territoriale confermava la condanna del lavoratore a pagare l'indennità di mancato preavviso, ritenendo che la clausola di prolungamento fosse riferita solo all'assegno ad personam e che il successivo comportamento della banca, pur illegittimo, non giustificasse l'inadempimento del lavoratore; escludeva inoltre la giusta causa di dimissioni per difetto di immediatezza. Nel ricorso principale il lavoratore deduceva: omessa pronuncia e violazione del giudicato interno; ultrapetizione e erronea esclusione della giusta causa di dimissioni; violazione delle norme sulle dimissioni e sull'onere della prova; violazione delle norme sulle spese e sull'art. 96 c.p.c. La banca, con ricorso incidentale, censurava l'interpretazione del contratto come patto di stabilità su sede e mansioni, la pretesa svalutazione delle scelte organizzative, e il riconoscimento dei danni patrimoniali.

La decisione

La Corte di cassazione ha rigettato sia il ricorso principale del lavoratore sia il ricorso incidentale della banca. Ha ritenuto inammissibili o infondati i motivi del lavoratore, confermando che la giusta causa di dimissioni non era configurabile per difetto di immediatezza e che la clausola sul lungo preavviso restava valida; ha poi ritenuto in parte inammissibili e in parte infondati i motivi della banca, confermando l'interpretazione del contratto come comprensivo di un obbligo datoriale, desumibile anche dalla fase precontrattuale, di mantenere sede e mansioni originarie, nonché la risarcibilità del danno patrimoniale da illegittimo mutamento di mansioni. La Corte ha compensato le spese del giudizio di legittimità e dato atto dell'obbligo di versamento dell'ulteriore contributo unificato da parte di entrambe le parti.

Norme richiamate

  • art. 99 c.p.c.

    richiamato dal ricorrente come parametro della dedotta omissione di pronuncia, senza accoglimento della censura

  • art. 101 c.p.c.

    richiamato dal ricorrente nel primo motivo, ma non ritenuto decisivo

  • art. 112 c.p.c.

    la Corte esclude l'omessa pronuncia poiché il ricorrente non ha assolto agli oneri di specificità e autosufficienza

  • art. 115 c.p.c.

    invocato nelle censure del lavoratore e della banca, senza rilievo decisivo

  • art. 116 c.p.c.

    invocato nelle censure del lavoratore e della banca, senza rilievo decisivo

  • art. 1223 c.c.

    richiamato per la risarcibilità del danno patrimoniale, confermata dalla Corte

  • art. 1225 c.c.

    richiamato dalla banca nel censurare il danno patrimoniale, senza esito favorevole

  • art. 1337 c.c.

    richiamato dal ricorrente nel contesto della buona fede nelle trattative

  • art. 1346 c.c.

    invocato dalla banca per sostenere l'indeterminatezza dell'oggetto del patto, censura respinta

  • art. 1362 c.c.

    la Corte ribadisce che l'interpretazione del contratto può valorizzare anche il comportamento antecedente e complessivo delle parti, incluse le trattative

  • art. 1363 c.c.

    richiamato nel ricorso incidentale contro l'interpretazione del patto, senza accoglimento

  • art. 1366 c.c.

    richiamato dal ricorrente come canone ermeneutico, senza effetto sul decisum

  • art. 1374 c.c.

    richiamato dalla banca nel contestare il patto di stabilità, senza successo

  • art. 1375 c.c.

    evocato dal ricorrente per la buona fede nell'esecuzione e nella formazione del contratto

  • art. 1460 c.c.

    la Corte esclude l'eccezione di inadempimento del lavoratore perché l'obbligo datoriale violato non era corrispettivo del preavviso prolungato

  • art. 1467 c.c.

    non espressamente decisivo nel testo

  • art. 2118 c.c.

    confermato che il preavviso è obbligo normalmente dovuto in caso di dimissioni, salvo giusta causa

  • art. 2119 c.c.

    la giusta causa di dimissioni richiede immediatezza relativa del recesso rispetto ai fatti denunciati

  • art. 2103 c.c.

    richiamato per il mutamento di mansioni e per i limiti allo ius variandi datoriale

  • art. 2697 c.c.

    richiamato nelle censure sull'onere della prova, ma la Corte conferma gli accertamenti di merito

  • art. 2727 c.c.

    richiamato nel terzo motivo del lavoratore, senza seguito favorevole

  • art. 2729 c.c.

    richiamato nel terzo motivo del lavoratore, senza seguito favorevole

  • art. 2909 c.c.

    invocato per il giudicato interno, ma la censura è dichiarata inammissibile

  • art. 91 c.p.c.

    richiamato per le spese di lite; la compensazione è ritenuta espressione del potere discrezionale del giudice di merito

  • art. 92 c.p.c.

    richiamato per la compensazione delle spese, ritenuta legittima

  • art. 96 c.p.c.

    la Corte rileva l'inammissibilità della censura per difetto di autosufficienza, non risultando la domanda nei gradi di merito indicata nel ricorso

  • art. 30 L. n. 183/2010

    richiamato dalla banca per contestare un sindacato giudiziale sulle scelte organizzative, censura respinta

Massime di principio

  • Nella controversia di legittimità l'interpretazione del contratto individuale di lavoro è censurabile solo per violazione dei canoni legali di ermeneutica; non è invece consentito sostituire alla ricostruzione del giudice di merito una diversa lettura del testo contrattuale più favorevole alla parte ricorrente.
  • Ai fini dell'interpretazione del contratto, può essere valorizzato anche il comportamento delle parti nella fase precontrattuale e le trattative che hanno preceduto la conclusione del rapporto, non essendo il canone dell'art. 1362 c.c. limitato ai soli comportamenti successivi alla stipula.
  • L'eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c. non è utilizzabile quando l'inadempimento allegato non attiene all'obbligo che si assume come corrispettivo della prestazione rifiutata.
  • La giusta causa di dimissioni richiede che la reazione del lavoratore sia temporalmente coerente con i fatti dedotti a fondamento del recesso; un intervallo di tempo apprezzabile può escluderne la configurabilità, salvo che il giudice di merito valuti diversamente in concreto.
  • Il trasferimento e il mutamento di mansioni, se illegittimi, possono fondare il risarcimento del danno patrimoniale quando siano causalmente collegati alla perdita di specifiche utilità economiche connesse al precedente assetto lavorativo.
  • La censura di omessa pronuncia o violazione del giudicato interno è inammissibile se non è sorretta dalla puntuale trascrizione e localizzazione degli atti processuali rilevanti, in modo da consentire alla Corte il controllo sulla dedotta omissione.
  • La compensazione delle spese processuali rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, sindacabile in cassazione solo nei limiti della violazione del principio di soccombenza o di motivazione del tutto apparente o mancante.

Come è indicizzato

MaterieLavoro a termineRetribuzione e TFRImpugnazioniSpese di lite
RamiLavoroProcesso civile
SottomaterieRicorso per cassazione
IstitutiBuona fede e correttezzaOnere della provaRisoluzione del contrattoNesso di causalitàGiudicato

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