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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 23246/2026 del 24/06/2026

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente ha proposto istanza di riparazione per ingiusta detenzione per complessivi 1.053 giorni, subiti dopo una condanna in primo grado (Tribunale di Palermo, sentenza 12/04/2017: condanna per partecipazione ad associazione mafiosa e tentata estorsione; assoluzione per riciclaggio) e successiva assoluzione in appello (Corte d'Appello di Palermo, sentenza 18/05/2020, art. 530, comma 2, c.p.p.). La Corte di appello, tuttavia, ha ritenuto sussistente una "colpa grave" ai sensi dell'art. 314 c.p.p., escludendo l'indennizzo, sulla base di elementi quali: consolidati e duraturi rapporti del Graziano con membri della famiglia mafiosa di Resuttana (anche con l'ex collaboratore di giustizia Cucuzza Salvatore e suoi parenti) e frequenti rapporti ambigui e conversazioni intercettate con Galatolo Vito (collaboratore/accusatore), non del tutto smentiti nella loro storicità dalla sentenza di assoluzione. Il ricorrente ha censurato la decisione denunciando violazione dell'art. 314 c.p.p. e vizio di motivazione, sostenendo che i rapporti erano leciti o caratterizzati da soggezione, e che i fatti erano stati definitivamente risolti nel processo di merito.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Il Supremo Collegio ha confermato che, nei procedimenti di riparazione per ingiusta detenzione, la sua cognizione è limitata alla legittimità e alla congruità della motivazione del provvedimento impugnato (applicazione dell'art. 646, comma 3, c.p.p., in riferimento all'art. 315 c.p.p.). Ha altresì ribadito che il giudice della riparazione può rivalutare i fatti secondo una prospettiva ex ante per accertare se il comportamento del richiedente abbia concorso, con colpa grave, a dare causa alla misura cautelare. Applicando tali principi, la Corte ha ritenuto congrua e logica la motivazione della Corte d'Appello che ha valutato come rilevanti ai fini dell'art. 314 c.p.p.: i rapporti consolidati con esponenti mafiosi, le numerose conversazioni intercettate con Galatolo e le dazioni di denaro ricevute o effettuate, fatti non esclusi nella loro sussistenza dall'assoluzione. Per tali ragioni il ricorso è stato respinto; il ricorrente è condannato alle spese processuali; non sono state liquidate spese a favore del Ministero in quanto la difesa statale non si è confrontata nei modi richiesti con i motivi di ricorso.

Norme richiamate

  • art. 314 cod. proc. pen.

    Norma che esclude l'equo indennizzo quando l'istante abbia con la propria colpa grave concorso a dare causa alla misura cautelare; la Corte ha ritenuto che la colpa grave possa emergere da rapporti consolidati con esponenti criminali, conversazioni intercettate e dazioni di denaro, purché fondati su fatti concreti e precisi

  • art. 315 cod. proc. pen.

    Richiamo operativo per l'applicazione delle norme sulla cognizione in sede di riparazione; stabilisce il regime del procedimento di riparazione e la possibilità di utilizzare l'art. 646 c.p.p. per la cognizione piena della legittimità

  • art. 646, comma 3, cod. proc. pen.

    Limita la cognizione della Corte di Cassazione nei procedimenti per riparazione alla verifica della legittimità e della motivazione del provvedimento impugnato, escludendo la sindacabilità del merito nel processo di legittimità

  • art. 530, comma 2, cod. proc. pen.

    Norma che consente l'assoluzione per non aver commesso il fatto; qui citata per spiegare la sentenza di assoluzione in appello che tuttavia non ha automaticamente escluso la rilevanza di fatti storici ai fini della riparazione

  • Sez. U, n. 34559 del 26/06/2002, De Benedictis

    Giurisprudenza di riferimento che stabilisce che il giudice della riparazione deve basare la decisione su fatti concreti e precisi e valutare ex ante se la condotta del richiedente abbia creato la falsa apparenza della configurabilità del reato, dando luogo alla detenzione

  • Altri precedenti (es. Sez. U, n. 877/2022; Sez. U, n. 5466/2004)

    Precedenti citati in relazione al criterio di liquidazione delle spese: la parte resistente che non contrasta effettivamente i motivi di ricorso può non ottenere la liquidazione delle spese

Massime di principio

  • La Corte di Cassazione, in sede di riparazione per ingiusta detenzione, verifica la legittimità e la logica della motivazione del giudice della riparazione senza riesaminare il merito penale della vicenda
  • Il giudice della riparazione può rivalutare i fatti secondo una prospettiva ex ante per accertare la "colpa grave" dell'istante che abbia contribuito a determinare o mantenere la misura cautelare, anche se il medesimo è poi stato assolto nel processo di merito
  • Fatti concreti e precisi (es. rapporti consolidati con esponenti criminali, conversazioni intercettate, trasferimenti di denaro) non esclusi dall'assoluzione possono giustificare la negazione dell'indennizzo ex art. 314 c.p.p.
  • Le valutazioni di liceità o natura dei rapporti svolgono un ruolo cruciale: se le relazioni sono risultate "lecite" nel processo di merito il ricorrente deve dimostrarlo in modo convincente; altrimenti il giudice della riparazione può ritenerle idonee a configurare colpa grave
  • La parte resistente che non contrasta sostanzialmente i motivi di ricorso nel merito rischia di non vedere liquidate le proprie spese, dato che la liquidazione grava sulla parte che ha effettivamente difeso la posizione

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