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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 23354/2026 del 24/06/2026

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Reina impugna la conferma della condanna in rito abbreviato per concussione (art. 317 c.p.) chiedendo la riconsiderazione di 12 censure principali: omessa valutazione di memorie difensive e richiesta di rinnovazione istruttoria; erronea individuazione di una condotta costrittiva e mancato nesso causale tra sue azioni e l'effetto costrittivo; domanda di riqualificazione del fatto in induzione indebita (art. 319-quater c.p.); asserita illogicità e contraddittorietà della ricostruzione fattuale (frequenza delle visite, ruolo reale del ricorrente, testimonianze contraddittorie, omissioni istruttorie); vizio nella determinazione della pena (art. 133 c.p.) per mancata individualizzazione e sproporzione della riduzione per il tentativo; diniego ingiustificato del beneficio della non menzione della condanna nel casellario. In sostanza la difesa sostiene che i controlli fossero atti amministrativi legittimi, privi di valenza intimidatoria, che Reina avesse solo ruolo esecutivo e che manchino riscontri probatori decisivi.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dichiarandolo infondato o inammissibile nelle parti generiche. Ha confermato la ricostruzione dei giudici di merito secondo cui le condotte (visite ripetute, pressioni verbali, prospettazioni allusive e inviti a 'andarsene' rivolti alla vittima) configurano un abuso costrittivo rientrante nel paradigma dell'art. 317 c.p., anche se la minaccia era implicita. La Corte ha ritenuto corretta la distinzione tra concussione e induzione indebita, osservando che qui mancava un vantaggio indebito per l'ufficiale e che la vittima era posta davanti all'alternativa di subire un danno o evitarlo allontanandosi. Ha inoltre escluso vizio decisivo per l'omesso esame di memorie difensive o per la mancata rinnovazione istruttoria, richiamando i limiti del sindacato in Cassazione e i poteri del giudice d'appello nel rito abbreviato. Sulla pena, ha confermato la motivazione e la proporzione della riduzione per il tentativo (art. 56 c.p.) e il diniego della non menzione, e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Ha disposto la comunicazione del dispositivo all'amministrazione di appartenenza ai sensi dell'art. 154-ter disp. att. c.p.p. (decisone del 24/03/2026).

Norme richiamate

  • art. 317 cod. pen.

    La Corte interpreta l'art. 317 come comprensivo anche di forme di minaccia implicita o allusiva: l'abuso costrittivo del pubblico ufficiale può concretizzarsi in pressioni psicologiche tale da limitare gravemente la libertà di autodeterminazione della vittima. Il reato può riferirsi anche a richieste operate in favore di terzi e non richiede che il vantaggio illecito sia effettivamente conseguito per integrare il tentativo punibile.

  • art. 319-quater cod. pen.

    L'art. 319-quater (induzione indebita) è distinto dalla concussione per la minore intensità della pressione: si tratta di persuasione o suggestione che induce la vittima, per prospettiva di vantaggio personale, ad acconsentire. La Corte ritiene che tale fattispecie non si applichi se la vittima è posta davanti a un danno 'contra ius' senza prospettiva di vantaggio per l'agente.

  • art. 56 cod. pen.

    L'art. 56 (tentativo) comporta riduzione di pena; la Corte conferma che anche il tentativo di concussione è punibile e che la misura della riduzione può tener conto della pervicacia e reiterazione della condotta.

  • art. 133 cod. pen.

    L'art. 133 impone l'individualizzazione della pena: la Corte ritiene adeguata la motivazione della determinazione della pena in relazione ai parametri indicati (attenuanti, estensione per il tentativo, pervicacia e reiterazione).

  • art. 603 cod. proc. pen. (commi 3 e 3-bis)

    In appello dopo rito abbreviato il giudice ha il potere di disporre ex officio i mezzi di prova necessari; le parti non hanno un diritto più ampio alla raccolta della prova rispetto al primo grado. La mancata rinnovazione richiesta dalla difesa è censurabile soltanto se emergessero lacune decisive nell'apparato motivazionale che sarebbero state evitate con l'escussione.

  • art. 154-ter disp. att. cod. proc. pen.

    Disposizione applicata per ordinare la comunicazione del dispositivo di condanna all'amministrazione di appartenenza del ricorrente; obbligo formale di comunicazione telematica ad uso amministrativo.

Massime di principio

  • La condotta di un pubblico ufficiale rileva come concussione anche se la minaccia è implicita, allusiva o si manifesta tramite pressioni amministrative ripetute: ciò che conta è l'idoneità oggettiva a determinare costrizione psicologica nella vittima.
  • L'utilizzo strumentale di atti amministrativi o controlli ripetuti può assumere valenza intimidatoria se risultano pretestuosi, reiterati e collegati a pressioni esterne (es. interessi di terzi).
  • La distinzione tra concussione e induzione indebita dipende dalla gravità della pressione e dalla presenza di un vantaggio indebito prospettato per l'agente; in caso di alternativa 'subire un danno o evitarlo' si configura concussione.
  • Il tentativo di reato è punibile anche se l'evento finale non si realizza; nella determinazione della pena rilevano elementi quali pervicacia e reiterazione della condotta.
  • In sede di appello dopo rito abbreviato il giudice d'appello può integrare d'ufficio la prova e la parte deve dimostrare, con specificità, l'incidenza decisiva di eventuali mezzi probatori non assunti per far valere un vizio motivazionale in cassazione.
  • L'omessa valutazione di memorie difensive non è di per sé motivo di nullità in cassazione: va indicata con specificità la parte della memoria che avrebbe scardinato la motivazione impugnata.
  • Il sindacato della Corte di Cassazione sui fatti è limitato: non riconsidera semplicemente una diversa valutazione delle prove operata dai giudici di merito se questi hanno motivato coerentemente e risposto alle censure rilevanti.

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