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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 16654/2025 del 05/05/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al ricorrente

La controversia

Il ricorso contestava la configurabilità del reato di resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.) ritenuto in appello, sostenendo che le frasi proferite dall'imputato durante il controllo presso il domicilio in cui era agli arresti domiciliari erano prive di idoneità oppositiva rispetto all'atto d'ufficio, avendo carattere intimidatorio ma non funzionale ad ostacolare la verifica. Venivano altresì censurate valutazioni probatorie (riferite al teste Mancarella) e la mancata valutazione del motivo d'appello relativo al riconoscimento delle circostanze generiche.

La decisione

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il primo motivo e ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata. Ha concluso che i fatti accertati non si attagliano al reato di resistenza in quanto l'atto d'ufficio consisteva nel controllo della presenza dell'imputato nel domicilio per l'esecuzione della misura cautelare e le espressioni minacciose non avevano funzionalità impeditiva dell'attività verificativa; al più potevano configurare il reato di minaccia (art. 612 c.p.) con la circostanza aggravante di cui all'art. 61, n. 10 c.p., reato però non procedibile in assenza di querela. Di conseguenza la sentenza è stata annullata senza rinvio.

Norme richiamate

  • art. 337 cod. pen.

    La Corte ha ritenuto che gli elementi soggettivi e la funzionalità oppositiva richiesti per la configurazione della resistenza non sussistessero nel caso concreto, quindi l'art. 337 non era applicabile.

  • art. 336 cod. pen.

    Richiamato dalla Corte del merito come possibile qualificazione alternativa, ma la Cassazione ha ritenuto tale riconduzione errata e il percorso argomentativo viziato.

  • art. 612 cod. pen.

    Le condotte minacciose, depurate del dolo specifico della resistenza, possono ricondursi al reato di minaccia; tuttavia la querela della persona offesa è necessaria per la procedibilità.

  • art. 61, n. 10 cod. pen.

    Applicata come circostanza aggravante rilevabile rispetto alla minaccia, ma la responsabilità penale è preclusa se manca la querela.

Massime di principio

  • Per configurare il reato di resistenza a pubblico ufficiale è necessario che la condotta dell'agente abbia effettiva funzionalità impeditiva o ostativa rispetto all'esecuzione dell'atto d'ufficio; mere offese o intimidazioni non sono sufficienti se non dirette a impedire l'atto.
  • Quando l'atto d'ufficio è una verifica della presenza dell'interessato (es. controllo degli arresti domiciliari), un comportamento aggressivo può paradossalmente contribuire ad assicurare la verifica anziché ostacolarla; la valutazione del nesso funzionale va attenta al contesto fattuale.
  • Se la fattispecie concreta non soddisfa il dolo specifico previsto per la resistenza, la condotta può essere riqualificata in minaccia (art. 612 c.p.), ma la procedibilità dipende dall'eventuale querela della vittima.
  • In sede di impugnazione è fondamentale che il giudice valuti coerentemente gli elementi soggettivi del reato e la funzionalità della condotta rispetto all'atto pubblico; contraddizioni logico-giuridiche nella motivazione possono portare all'annullamento senza rinvio.
  • Difesa: se la condotta è contestata come resistenza, porre l'accento sulla mancanza di finalità impeditiva e, se rilevante, sollevare la natura non procedibile della eventuale minaccia per assenza di querela; chiedere espressa valutazione delle circostanze generiche e della attendibilità testimoniale.

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