Cassazione Penale, Sentenza n. 15863/2024 del 16/04/2024
Sintesi
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Favorevole al ricorrente
La controversia
Maniscalco era stato condannato in appello per tentato omicidio (artt. 56 e 575 c.p.) per aver colpito La Milia Salvatore Emmanuel con una bottiglia di birra che si ruppe, provocando una ferita al collo. Ha impugnato sostenendo, primo, che dopo il colpo si era volontariamente allontanato (desistenza volontaria) e non era stato allontanato da terzi, quindi la condotta avrebbe dovuto essere considerata desistenza e, al massimo, lesioni (art. 582 c.p.); secondo, che non aveva animus necandi ma aveva colpito senza volontà di uccidere (assenza di dolo diretto), per cui la fattispecie andava riqualificata in lesioni. La Corte d'appello aveva ritenuto gli atti idonei e univocamente finalizzati a cagionare la morte, ravvisando il tentativo di omicidio.
La decisione
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso nei limiti indicati, ritenendo che la Corte d'appello non abbia motivato adeguatamente, in particolare non abbia chiarito il movente e non abbia considerato correttamente i principi sul tipo di dolo richiesto per il tentativo. La Cassazione ha ricordato che il dolo eventuale è incompatibile col reato tentato e che per il tentativo è necessario il dolo diretto con atti "diretti in modo non equivoco" (art. 56 c.p.). Per tali ragioni la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per nuovo giudizio.
Norme richiamate
art. 56, terzo comma, cod. pen.
Richiede il compimento di "atti diretti in modo non equivoco" rispetto alla consumazione del reato; la Cassazione ha richiamato che per il tentativo è necessario il dolo diretto e non il dolo eventuale
Norma sostanziale dell'omicidio, utilizzata per la qualificazione come tentato omicidio in relazione agli atti posti in essere dall'imputato
art. 582 cod. pen. (lesioni personali)
Norma richiamata dal ricorrente per la possibile riqualificazione del fatto in lesioni personali qualora venisse escluso l'animus necandi o si ritenesse intervenuta desistenza
Giurisprudenza della Corte di Cassazione
Sez. 6, n. 14342 del 20/03/2012; Sez. 1, n. 5586 del 17/02/2022; Sez. 1, n. 43250 del 13/04/2018; Sez. 5, n. 23618 del 11/04/2016
Costante orientamento secondo cui il dolo eventuale è incompatibile con il reato tentato; solo il dolo diretto (anche in forma alternativa) è compatibile con il tentativo
Massime di principio
- Per configurare il tentativo di reato è necessario provare atti "diretti in modo non equivoco" alla consumazione: se manca il dolo diretto (o la prova è equivoca) può venir meno la sussistenza del tentativo
- Il dolo eventuale non basta per il tentativo: se la responsabilità è basata su dolo eventuale la fattispecie può non reggere come tentato reato e richiedere diversa qualificazione
- La desistenza volontaria è rilevante solo se emerge chiaramente che l'autore ha spontaneamente e consapevolmente rinunciato al proposito criminoso prima della consumazione, e non se l'azione è stata interrotta per intervento di terzi
- Il giudice d'appello deve motivare con chiarezza il movente e il nesso tra movente e intenzione di uccidere quando tali elementi sono decisivi per la qualificazione: carenze motivazionali rilevanti possono portare all'annullamento con rinvio
- In presenza di contrasti tra versioni testimoniali e consulenze tecniche, il giudice deve esporre analiticamente la valutazione delle prove; l'incertezza può determinare la necessità di un nuovo esame in grado di apprezzare la sussistenza del dolo e l'eventuale desistenza
- Quando la prova non consente di escludere ragionevolmente che la condotta sia stata concretamente idonea e diretta a causare la morte, il tentativo può essere mantenuto; altrimenti è plausibile la riqualificazione in lesioni
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