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Sentenza

Sentenza del 18/11/2016 n. 23495 - Corte di Cassazione

Giurisprudenza tributaria

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

Prevale l’amministrazione

La controversia

A seguito di un accertamento della Guardia di Finanza, erano emerse fatture emesse dalla società verso clienti ucraini risultate riscosse in contanti, nonché bonifici provenienti dall'estero accreditati sul conto personale del socio amministratore. L'Agenzia delle Entrate aveva quindi rettificato la dichiarazione dei redditi della società. I contribuenti contestavano la legittimità dell'accertamento bancario e la valutazione delle operazioni commerciali, sostenendo l'erroneità della decisione della Commissione Tributaria Regionale. Il ricorso per cassazione denunciava violazioni di legge e vizi della decisione, ma i quesiti di diritto formulati non rispettavano i requisiti previsti dall'art. 366-bis c.p.c.

La decisione

La Corte di cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo inidonei e non conformi alla legge i quesiti di diritto posti a conclusione dei motivi relativi alle violazioni di legge. I quesiti avrebbero dovuto esporre sinteticamente i fatti rilevanti, indicare la regola applicata dal giudice di merito e precisare la diversa regola che il ricorrente riteneva corretta. I ricorrenti sono stati inoltre condannati al pagamento delle spese di lite, liquidate in 6.000 euro, oltre alle spese prenotate a debito.

Norme richiamate

  • Art. 366-bis c.p.c.

    Il motivo doveva concludersi, a pena di inammissibilità, con un quesito di diritto idoneo.

    Per i ricorsi soggetti alla disciplina applicabile ratione temporis, i motivi fondati su violazioni di legge dovevano contenere un quesito chiaro, autosufficiente e specificamente riferito alla controversia. Il quesito non poteva limitarsi a chiedere l'accoglimento del motivo, ma doveva consentire alla Corte di enunciare una regola giuridica applicabile anche a casi ulteriori.

  • Legge n. 69 del 2009

    Ha abrogato l'art. 366-bis c.p.c. e disciplinato temporalmente l'applicazione delle disposizioni processuali.

    L'abrogazione dell'art. 366-bis c.p.c. si applicava ai ricorsi contro provvedimenti pubblicati dopo l'entrata in vigore della legge; per le sentenze pubblicate anteriormente, come quella del caso, permaneva l'obbligo del quesito di diritto.

  • Art. 58, comma 5, legge n. 69 del 2009

    Le disposizioni abrogative si applicano ai ricorsi proposti contro provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge.

    La norma stabiliva il regime transitorio, escludendo l'applicazione dell'abrogazione ai ricorsi relativi a provvedimenti pubblicati prima dell'entrata in vigore della legge.

  • Norme sull'accertamento bancario tributario

    La legittimità dell'accertamento bancario era stata confermata dai giudici di merito, che avevano ritenuto non adeguatamente giustificati i versamenti esteri sul conto del socio e la dinamica delle operazioni commerciali. La Cassazione, tuttavia, non ha esaminato nel merito tali contestazioni, avendo dichiarato il ricorso inammissibile per carenze formali.

Massime di principio

  • Nel ricorso per cassazione, quando la legge processuale applicabile richiede un quesito di diritto, la sua mancanza o formulazione generica comporta l'inammissibilità del motivo, senza esame del merito della contestazione.
  • Un quesito di diritto deve collegare i fatti accertati, la regola applicata dal giudice di merito e la diversa regola che il ricorrente ritiene corretta; non è sufficiente richiamare genericamente una violazione di legge.
  • Le regole processuali applicabili devono essere individuate in base alla data di pubblicazione del provvedimento impugnato e alla disciplina transitoria vigente, non semplicemente in base alla data di proposizione del ricorso.
  • Quando il ricorso è dichiarato inammissibile per carenze formali, la Corte può non esaminare la correttezza sostanziale dell'accertamento tributario o delle prove valutate nei precedenti gradi di giudizio.
  • In materia di accertamenti bancari, versamenti o bonifici apparentemente collegati all'attività d'impresa devono essere adeguatamente giustificati dal contribuente; tuttavia, tale questione deve essere sottoposta alla Cassazione mediante motivi processualmente ammissibili.

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