Cassazione Penale, Sentenza n. 11267/2023 del 16/03/2023
Sintesi
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Favorevole al ricorrente
La controversia
Marrelli impugnava la condanna per tentata estorsione (art. 56 e 629 c.p.), deducendo violazione di legge e travisamento della prova. Sosteneva che al momento della richiesta di due euro non vi fu alcuna minaccia idonea a intimorire la vittima: la denunciante non fu costretta, non acconsentì alla richiesta e, dopo essersi allontanata pur tenendo d'occhio l'auto, constatò il danneggiamento come atto di rappresaglia successivo. Il ricorrente contestava che la Corte territoriale avesse ritenuto la minaccia idonea solo perché la vittima non perse di vista il veicolo, senza prova che la richiesta fosse stata fatta con intenzionalità minacciosa o che avesse una potenzialità intimidatoria ex ante.
La decisione
La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso fondato e ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna. Il Collegio ha richiamato il principio per cui la minaccia costitutiva di estorsione può essere anche implicita, ma la sua idoneità va valutata ex ante rispetto alla capacità di coartare la volontà della vittima. Nel caso di specie la denuncia mostra che il 'fare minaccioso' emerse solo quando la vittima contestò il danneggiamento, non al momento della richiesta dei due euro; mancava quindi l'elemento costitutivo della minaccia idonea a integrare il tentativo di estorsione. Per tale ragione la sentenza di appello è stata annullata senza rinvio.
Norme richiamate
Disciplina il tentativo di reato: per il tentativo di estorsione occorre che le azioni poste in essere, valutate ex ante, siano idonee a commettere il reato o a coartare la volontà della vittima.
Definisce il reato di estorsione, la cui minaccia può essere esplicita o implicita ma deve essere idonea a incutere timore e a costringere la vittima.
Consente la trattazione scritta del procedimento in Cassazione nel periodo di vigenza della norma; qui giustifica il deposito di conclusioni scritte in mancanza di richiesta di discussione orale.
Massime di principio
- Per integrare la tentata estorsione la minaccia deve essere valutata secondo un giudizio ex ante: rileva la potenzialità intimidatoria al momento della condotta e non la reazione successiva della vittima.
- La minaccia può essere implicita o 'larvata', ma è necessario che, nelle concrete circostanze e considerata la personalità dell'agente e della vittima, essa oggettivamente risulti idonea a ingenerare timore.
- La resistenza o la capacità di reazione successiva della vittima non è di per sé incompatibile con la configurabilità dell'estorsione tentata; tuttavia se dalla denuncia emergono elementi che dimostrano l'assenza di timore al momento della richiesta, manca un elemento essenziale del reato.
- Un atto di danneggiamento successivo al rifiuto può essere una rappresaglia autonoma e non necessariamente prova che la richiesta iniziale fosse estorsiva, salvo che non emerga che il danneggiamento sia stato prospettato o minacciato al momento della richiesta.
- In fase probatoria il giudice deve distinguere chiaramente tra la condotta di richiesta e i fatti successivi: per una condanna per tentata estorsione occorre che gli elementi probatori dimostrino la minaccia idonea al momento della richiesta.
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