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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 19815/2025 del 27/05/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

I ricorrenti impugnano il decreto della Corte d'appello di Reggio Calabria (19/12/2023) che, in parziale riforma del decreto del Tribunale di Reggio Calabria (19/01/2022), ha confermato la misura di prevenzione patrimoniale (confisca) nei loro confronti (anche come eredi di Antonio Sapone) e ha revocato solo alcune confische. Essi contestano: a) la sussistenza e la motivazione della pericolosità sociale qualificata, generica e per i reati indicati (art. 1 e 4 d.lgs. 159/2011), sostenendo che non è provata l'utilità per l'associazione mafiosa, né la stabilità di appartenenza alla cosca; b) la perimetrazione temporale della pericolosità (la Corte ha fissato l'inizio al 2009) ritenuta non adeguatamente motivata; c) l'individuazione dei beni sottoposti a misura, con particolare riguardo ai beni acquistati nel 2009 che, secondo la difesa, sarebbero stati pagati con provvista lecita degli anni 2007-2008 (violazione art. 24 d.lgs. 159/2011). In sostanza i ricorrenti censurano la logica e la completezza della motivazione e la correlazione fra attività di noleggio slot machine e utilità/contiguità alla 'ndrangheta.

La decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha ritenuto che le censure poste attengono essenzialmente alla completezza e alla logicità della motivazione (vizi di merito) e che, ai sensi della normativa applicabile, in Cassazione è sindacabile solo la violazione di legge salvo che la motivazione sia del tutto carente o meramente apparente. Nel caso di specie la Corte territoriale ha fornito motivazione adeguata e coerente: ha confermato la pericolosità sociale qualificata e la commistione dell'attività di noleggio con gli interessi del clan (rielencando dichiarazioni di collaboratori, intercettazioni e modalità di gestione intimidatorie), ha fissato correttamente l'inizio del periodo di pericolosità nel 2009 (subentro dopo l'arresto di Campolo) e ha giustificato l'impossibilità di separare le quote di reddito lecite da quelle di origine illecita per effetto di un inquinamento patrimoniale pervasivo. Conseguentemente i ricorsi sono stati respinti e i ricorrenti condannati alle spese processuali e al pagamento di €3.000,00 a titolo equo ai sensi dell'art. 616 c.p.p.

Norme richiamate

  • D.Lgs. 159/2011 (art. 27)

    per le impugnazioni contro detti provvedimenti si applicano le disposizioni previste dall'articolo 10

    La disciplina limita il ricorso per cassazione ai vizi di legge; quindi le doglianze sul merito motivazionale non sono normalmente ammesse in Cassazione.

  • D.Lgs. 159/2011 (art. 10, comma 3)

    avverso il decreto della Corte di appello, è ammesso ricorso per cassazione per violazione di legge, da parte del pubblico ministero e dell'interessato e del suo difensore…

    Conferma la portata restrittiva dell'impugnazione in sede di legittimità: solo la violazione di legge è rimessa alla Cassazione.

  • D.Lgs. 159/2011 (art. 1 e art. 4)

    Norme che definiscono la pericolosità sociale (qualificata, per reati e generica). La Corte ha applicato queste lettere (lett. a, b, c art.4) ritenendo provata la contiguità mafiosa, la commissione/indizio di reati e l'attività dedita a traffici illeciti, giustificando la misura patrimoniale.

  • D.Lgs. 159/2011 (art. 24)

    Norma relativa all'individuazione dei beni e alla relativa confisca. La Corte ha ritenuto corretta la correlazione fra periodo di pericolosità e beni sottoposti a misura, escludendo la possibilità di dissociare agevolmente provvista lecita e illecita in presenza di inquinamento pervasivo.

  • Codice di procedura penale (art. 616 c.p.p.)

    Ha consentito alla Corte di condannare i ricorrenti al pagamento di una somma a titolo equo per le spese di giudizio, valutando profili di colpa nella determinazione dell'inammissibilità.

Massime di principio

  • In Cassazione contro provvedimenti di misure di prevenzione patrimoniali è ammesso il ricorso solo per violazione di legge: censure esclusivamente sulla motivazione (in termini di completezza o logicità) sono per lo più inammissibili, salvo che la motivazione sia del tutto carente o meramente apparente.
  • Per far cadere una misura di prevenzione patrimoniale basata su contiguità mafiosa è necessario contestare la sussistenza degli elementi di fatto (es. dichiarazioni, intercettazioni, modalità di gestione intimidatorie) con prove concrete; le valutazioni logiche e di congruità probatoria del giudice di merito sono difficilmente sindacabili in Cassazione.
  • La perimetrazione temporale della pericolosità (periodo dal quale si calcolano redditi e acquisti da assoggettare a confisca) deve essere motivata ma la scelta del giudice di merito di fissare l'inizio al momento del subentro operativo (es. arresto del referente e presa di ruolo del subentrante) è ritenuta legittima se fondata su elementi fattuali.
  • Quando il collegamento fra attività economica e organizzazione mafiosa è ritenuto tale da aver prodotto un 'inquinamento' pervasivo delle entrate, diventa difficoltoso scindere nelle singole poste la provvista lecita da quella illecita; in tali casi il giudice può ritenere legittima la confisca estesa ai beni acquisiti nel periodo di inquinamento.
  • Per opporre con successo la mancata individuazione di beni o la provenienza lecita delle somme occorre fornire prova rigorosa e documentata della separabilità della provvista: mere affermazioni non contrastano efficacemente la motivazione del giudice di merito.
  • Le impugnazioni in materia di misure di prevenzione patrimoniali dovrebbero articolare specifiche doglianze di illegittimità di diritto (violazioni normative o di procedimento) o dimostrare l'assoluta carenza della motivazione per sperare in un esame di merito in sede di legittimità.

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