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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 11595/2025 del 24/03/2025

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente impugnava la sentenza del Tribunale di Avellino che lo aveva condannato per la detenzione di due esemplari vivi di Macaca sylvanus (mammiferi di specie selvatica pericolose per la salute pubblica) ai sensi dell'art. 6, commi 1 e 4, del d.lgs. n.150 del 1992, contestando la qualificazione del reato. Sosteneva che, a seguito di modifiche normative (richiamando la modifica dell'art. 2 del d.l. 12 gennaio 1993, n.2 conv. con la legge n.59/2013), non sarebbe più penalmente rilevante la mera detenzione di animali selvatici se non se finalizzata alla vendita, per cui chiedeva l'assoluzione.

La decisione

La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per carenza di specificità rispetto alla decisione impugnata, ravvisando che il Tribunale aveva correttamente ritenuto integrato il reato di detenzione di esemplari vivi di specie selvatica pericolose per la salute pubblica ai sensi dell'art. 6 comma 1 e 4 d.lgs. n.150/1992 (riqualificando la fattispecie originaria). La Corte ha inoltre rilevato che, sebbene l'art. 6 sia stato abrogato (d.lgs. n.135/2022), la fattispecie è stata sostanzialmente riprodotta nell'art. 4 del medesimo d.lgs.; applicando il principio della lex mitior non si è fatto luogo a modifica sfavorevole. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e a versare €3.000,00 alla Cassa delle Ammende.

Norme richiamate

  • art. 6, commi 1 e 4, d.lgs. n.150/1992

    ripreso nel testo della sentenza come norma applicata dalla Corte di merito

    la disposizione punisce la detenzione di esemplari vivi di mammiferi e rettili selvatici che possono costituire pericolo per la salute e l'incolumità pubblica; il Tribunale ha ritenuto integrata tale condotta nel caso di detenzione di due Macaca sylvanus

  • art. 4 d.lgs. n.135/2022

    citato nella sentenza come norma che ha sostituito sostanzialmente l'art. 6 abrogato

    la fattispecie di detenzione di animali selvatici pericolosi è stata ricompresa in questo nuovo articolo, in continuità sostanziale con la previsione previgente

  • art. 14, comma 2, d.lgs. n.135/2022

    richiamato come disciplina sanzionatoria del nuovo decreto

    regola il trattamento sanzionatorio successivo all'art. 4; la Corte osserva che, essendo potenzialmente più afflittiva, non si applica retroattivamente in virtù della lex mitior

  • art. 593, comma 3, c.p.p.

    richiamato nella motivazione sulla convertibilità dell'impugnazione

    stabilisce i casi di impugnabilità; la Corte osserva che l'appello proposto contro una sentenza inappellabile deve intendersi convertito in ricorso per cassazione, ma il ricorso è inammissibile per carenza di specificità

  • art. 616 c.p.p.

    citato nella sentenza in relazione alla condanna alle spese

    consente alla Corte di condannare alle spese processuali il ricorrente in caso di inammissibilità

  • art. 2 c.p.

    menzionato in riferimento al principio della lex mitior

    la Corte applica il principio della legge penale più favorevole: non si tiene conto di una sanzione successivamente più afflittiva

  • d.l. 12 gennaio 1993, n.2 conv. con legge n.59/2013

    richiamato come novazione normativa evocata dal ricorrente

    la Corte prende atto dell'argomento del ricorrente secondo cui sarebbe mutata la rilevanza penale della mera detenzione, ma ritiene che nel caso concreto la fattispecie di detenzione pericolosa sia stata comunque ed adeguatamente contestata e accertata

  • d.lgs. 18 maggio 2001, n.275 (novellante art.2 legge n.150/1992)

    richiamato nella sentenza quale riferimento alla diversa ipotesi di reato riguardante specie protette

    distinzione tra la fattispecie che punisce la mera detenzione di specie protette in assenza di documentazione e la fattispecie (art.6) che punisce la detenzione di selvatici pericolosi per la salute pubblica; il Tribunale ha ritenuto applicabile la seconda

  • sentenza Corte costituzionale n.186/2000

    menzionata nella motivazione sulle somme da versare alla Cassa delle Ammende

    richiamata per giustificare l'eventuale imposizione equitativa a carico del ricorrente, nella misura determinata dalla Corte

Massime di principio

  • In cassazione un'impugnazione va specificamente confrontata con le motivazioni della decisione impugnata: carenza di specificità determina inammissibilità.
  • Se il giudice di merito riclassifica il fatto in una diversa fattispecie (es. da art. 2 a art. 6), il ricorrente deve contestare esplicitamente la ricostruzione fattuale e giuridica operata; un generico motivo sulla normativa non basta.
  • L'abrogazione successiva di una norma non esclude automaticamente la rilevanza penale della condotta se la nuova normativa riproduce sostanzialmente la fattispecie: va valutata la continuità normativa.
  • Principio della lex mitior: se la normativa successiva prevede sanzioni più favorevoli, queste possono applicarsi retroattivamente; se invece sono più afflittive non si applicano a fatti anteriori.
  • La detenzione di esemplari vivi di specie selvatica pericolose per la salute pubblica può integrare autonomamente reato (ai sensi dell'art. 6 previgente e dell'art. 4 d.lgs. 135/2022), indipendentemente dall'eventuale scopo di vendita.
  • In caso di inammissibilità del ricorso la Corte può condannare alle spese e, in presenza di colpa non rilevata, imporre un versamento equitativo alla Cassa delle Ammende.

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