Sentenza del 18/12/2015 n. 25481 - Corte di Cassazione
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Sintesi
Generata da Trovanorma sul testo ufficialeEsito
Favorevole al resistente
Prevale l’amministrazione
La controversia
La società ha impugnato per cassazione, con un unico motivo, la sentenza della Commissione tributaria regionale della Puglia che aveva confermato il rigetto dei ricorsi contro gli avvisi di accertamento ICIAP per gli anni 1996 e 1997, notificati il 10 ottobre 2001. In origine la contribuente aveva lamentato l’assoluta carenza di motivazione degli avvisi; in cassazione ha dedotto violazione e falsa applicazione dell’art. 1 del D.L. n. 66/1989, convertito dalla L. n. 144/1989, e dell’art. 2195, primo comma, n. 1, c.c., sostenendo che la fornitura di servizi informatici e la produzione di software applicativo dovessero essere classificate come attività di produzione di servizi e non come attività industriale. Il Comune non ha svolto difese.
La decisione
La Cassazione ha dichiarato inammissibile e respinto il ricorso perché il quesito di diritto richiesto dall’art. 366-bis c.p.c., applicabile al ricorso, era astratto e non collegato alla fattispecie: non esponeva in modo autosufficiente l’errore di diritto attribuito alla CTR né la regola alternativa che si chiedeva di applicare, limitandosi a sollecitare una pronuncia sulla legittimità della decisione. La Corte non ha quindi esaminato nel merito la classificazione dell’attività ai fini ICIAP né la contestazione originaria sulla motivazione degli avvisi. È rimasto fermo il rigetto pronunciato dalla CTP di Bari e confermato dalla CTR della Puglia. Nessuna statuizione sulle spese, poiché il Comune non aveva svolto attività difensiva.
Norme richiamate
Art. 366-bis c.p.c., introdotto dall’art. 6 del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40
Nella fattispecie il quesito di diritto che correda il motivo non è conforme al paradigma fissato, a pena di inammissibilità, dall'art. 366 bis c.p.c..
Per i ricorsi soggetti alla norma, ciascun motivo fondato sui vizi indicati dall’art. 360, primo comma, nn. 1-4, c.p.c. doveva concludersi con un quesito di diritto conforme ai requisiti prescritti; la sua mancanza o inadeguatezza comportava l’inammissibilità.
Art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c.
La disposizione individua il vizio di violazione o falsa applicazione di legge dedotto dalla società. La Corte non ne ha valutato la fondatezza sostanziale, perché il motivo non superava il vaglio di ammissibilità previsto dall’art. 366-bis c.p.c.
Massime di principio
- Quando si applica l’art. 366-bis c.p.c., il quesito di diritto deve sintetizzare la questione concreta e consentire alla Cassazione di individuare sia l’errore imputato al giudice di merito sia la diversa regola giuridica proposta dal ricorrente.
- Un quesito astratto, non collegato ai fatti e alla motivazione della sentenza impugnata, o che chieda soltanto di dichiarare legittima o illegittima la decisione, può determinare l’inammissibilità del ricorso senza esame del merito.
- La conferma dell’esito dei gradi di merito per una ragione processuale non equivale a una decisione della Cassazione sulla fondatezza sostanziale delle questioni tributarie sottostanti.
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