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Sentenza lavoro

Cassazione Civile, Sentenza n. 17364/2025 del 27/06/2025

Giurisprudenza giuslavoristica

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Impugnazione della sentenza della Corte d'appello di Milano che aveva accolto la domanda del lavoratore per la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimato il 12/04/2022 per giustificato motivo oggettivo (crisi aziendale e ristrutturazione). La società contestava che la Corte territoriale avesse errato nel ritenere irrilevanti i capitoli di prova prodotti circa la crisi aziendale, la redistribuzione delle mansioni e il ridimensionamento del reparto, nonché l'impossibilità di ricollocare il lavoratore.

La decisione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di Merbag S.p.A., confermando la valutazione dei giudici di merito secondo cui mancava un concreto, minimo e funzionale programma di riorganizzazione che giustificasse la soppressione del posto del lavoratore e il nesso causale tra ristrutturazione e licenziamento. Di conseguenza il licenziamento è stato ritenuto illegittimo. La ricorrente è stata condannata alle spese di giudizio di legittimità quantificate in euro 5.500,00 per compensi e euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge, con richiamo all'eventuale contributo unificato dovuto.

Norme richiamate

  • legge n. 604 del 1966 (art. 3)

    La norma viene richiamata come riferimento alla disciplina del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; la Corte ne interpreta l'applicazione richiedendo la verifica giudiziale dell'effettività e della non pretestuosità della ragione addotta dall'imprenditore e del nesso causale con la soppressione del posto

  • legge n. 300 del 1970 (art. 18, comma 7)

    Richiamata in relazione alle conseguenze del licenziamento illegittimo; la Corte la pone nel contesto del controllo sulle ragioni aziendali addotte e delle eventuali tutele spettanti al lavoratore in caso di illegittimità del recesso

  • codice civile (art. 2697)

    Articolo richiamato in tema di onere della prova; la Corte valuta la completezza e pregnanza dei capitoli probatori prodotti dal datore di lavoro ai fini di dimostrare la crisi aziendale, la riorganizzazione e l'impossibilità di riutilizzo della prestazione

Massime di principio

  • Il giudice effettua un controllo di merito sull'effettività e sulla non pretestuosità delle ragioni addotte dal datore di lavoro a giustificazione del licenziamento per motivo oggettivo.
  • La mera esposizione della crisi aziendale o finalità generiche di riduzione dei costi non è sufficiente: è necessario dimostrare un progetto di riorganizzazione concreto, anche minimo ma funzionale, e la sua incidenza sull'organico e sulla specifica posizione del lavoratore.
  • Deve essere accertato il nesso causale tra il programma riorganizzativo e la soppressione del posto; l'assenza di riferibilità concreta del licenziamento al progetto organizza­tivo può far emergere la pretestuosità della scelta datoriale.
  • Il datore di lavoro ha l'onere di fornire prove chiare e dettagliate (criteri di riorganizzazione, descrizione del reparto, criteri di scelta dei soggetti interessati, impossibilità di ricollocazione) per giustificare il recesso.
  • Se il datore non dimostra la reale esigenza organizzativa o la riferibilità del recesso al progetto, il licenziamento può essere dichiarato illegittimo con condanna alle spese e alle conseguenze previste dalla normativa sulla tutela contro il licenziamento ingiustificato.
  • In situazioni simili, il lavoratore può efficacemente impugnare il licenziamento mostrando la mancanza di un piano riorganizzativo concreto o l'assenza di differenziazione rispetto ai colleghi non licenziati.
  • Per ridurre il rischio di annullamento dei licenziamenti per motivo oggettivo, il datore dovrebbe documentare preventivamente e in modo puntuale il processo decisionale e i criteri selettivi adottati, nonché le risultanze che rendono impossibile il riutilizzo delle prestazioni

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