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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 35656/2023 del 25/08/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Perdonò impugnava la conferma della condanna per concorso in tentato omicidio, porto e detenzione illegali di arma, ricettazione e concorso in rapina. I motivi di ricorso contestavano: 1) la qualificazione del fatto come tentato omicidio per difetto dell'elemento soggettivo e perché la condotta si sarebbe fermata in fase preparatoria; 2) il diniego della desistenza volontaria, sostenendo che l'assenza di spari denoterebbe l'abbandono volontario del piano criminoso; 3) l'insufficienza e l'inaffidabilità delle prove a carico (assenza di prova fotografica/visiva certa della presenza del ricorrente nella Giulietta; intercettazioni con passaggi non intellegibili; testimonianze di seconda mano); 4) deduzioni sulla non applicabilità dell'aggravante mafiosa e sul difetto di motivazione nella comparazione delle circostanze.

La decisione

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso ritenendolo infondato. Ha confermato che: a) dagli elementi oggettivi (appostamento di soggetti travisati e armati, inseguimento e tamponamento volto a bloccare la vittima, disponibilità di armi anche pesanti) risultavano compiuti atti idonei e diretti in modo non equivoco a realizzare l'omicidio, idoneità e direzione univoca richieste dall'art. 56 cod. pen.; b) la desistenza non è risultata volontaria ma determinata dall'imprevisto (danni alla Giulietta) che rese impossibile l'esecuzione; c) la partecipazione del ricorrente è stata provata, in particolare dalle intercettazioni del 24 febbraio 2018 in cui Perdonò descriveva dettagli compatibili e specifici dell'agguato, riscontrati da altri elementi e dichiarazioni di collaboratori; d) l'accertamento della detenzione/porto di arma e l'aggravante mafiosa sono stati motivati in relazione al movente e alle modalità esecutive (esecuzione di giorno in pubblico per rafforzare l'assoggettamento). Ne consegue il rigetto del ricorso e il mantenimento della condanna imposta in grado d'appello (12 anni di reclusione).

Norme richiamate

  • art. 56 cod. pen.

    La Corte interpreta l'art. 56 nel senso che il tentativo richiede atti idonei e una direzione univoca degli atti verso la realizzazione del reato; non è più necessaria la distinzione formale tra atti preparatori ed esecutivi: atti apparentemente preparatori possono integrare il tentativo se, nella loro oggettività, manifestano chiaramente il fine criminoso (idoneità e direzione univoca).

Massime di principio

  • Per configurare il tentato omicidio non è necessario che siano stati esplosi colpi: rilevano atti idonei e diretti in modo non equivoco a cagionare l'evento (es. appostamento armato, inseguimento e manovra per bloccare la vittima).
  • La direzione univoca degli atti va valutata sulla base della loro oggettività: anche fasi organizzative o atti pre-tipici possono dimostrare l'inizio dell'esecuzione se appaiono funzionalmente diretti al delitto.
  • La desistenza volontaria esclude la responsabilità solo se l'abbandono è realmente volontario e non determinato da circostanze impreviste che rendono impossibile l'esecuzione; il sopraggiungere di un impedimento esterno non integra la desistenza.
  • Le confidenze del reo captate da intercettazioni possono costituire prova significativa, se contengono particolari riscontrabili e non sono state plausibilmente spiegate in modo alternativo dall'imputato; la prova è complessiva e si valuta congiuntamente ad altri elementi (video, dichiarazioni, riscontri materiali).
  • L'aggravante del "metodo mafioso" può emergere dalla finalità del fatto (rafforzare un clan, creare condizione di assoggettamento) e dalle modalità esecutive (esecuzione pubblica, uso di armi per intimidire), anche se l'organizzazione non appare eccellente nelle modalità pratiche.

Testo integrale

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