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Sentenza penale

Cassazione Penale, Sentenza n. 3055/2023 del 24/01/2023

Giurisprudenza penale

Sintesi

Generata da Trovanorma sul testo ufficiale

Esito

Favorevole al resistente

La controversia

Il ricorrente chiedeva la rideterminazione del fine pena riconoscendo come "presofferto" l'intero periodo di carcerazione già scontato (in particolare ulteriori anni 5 e mesi 4) ritenuto sine titolo all'esito del riconoscimento della continuazione con precedenti condanne. Sosteneva che, trattandosi di reati associativi la cui permanenza era cessata nel 2011 (dopo il periodo di detenzione), tale carcerazione doveva essere computata per fungibilità; inoltre censurava la mancata motivazione sulla data di cessazione della permanenza del reato (imputazione formulata in termini aperti, con possibile estensione sino al rinvio a giudizio).

La decisione

Il ricorso per cassazione è stato dichiarato inammissibile. La Corte ha ritenuto corretta l'ordinanza impugnata che aveva escluso il computo della carcerazione sofferta prima della cessazione della permanenza del reato permanente, applicando il principio per cui è computabile come presofferto solo la custodia o le pene espiate successivamente alla cessazione della permanenza del reato. Ha quindi confermato il diniego di rideterminazione della pena, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di euro 3.000,00 alla Cassa delle ammende.

Norme richiamate

  • art. 657 cod. proc. pen.

    sono computate soltanto la custodia cautelare o le pene espiate dopo la commissione del reato per il quale deve essere determinata la pena da eseguire

    La Corte ha interpretato la norma nel senso che, nei casi di reato permanente, si considerano "presofferti" solo i periodi di detenzione scontati dopo la cessazione della permanenza (momento consumativo) e non quelli antecedenti ad essa

  • giurisprudenza: Sez. 1, n. 6072 del 24.5.2017 (Di Perna, Rv. 272102)

    Principio richiamato: la fungibilità delle pene espiate sine titulo non è applicabile ai reati permanenti quando la permanenza sia cessata dopo l'espiazione senza titolo

  • art. 616 cod. proc. pen.

    Norma procedurele richiamata per disporre la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali in caso di inammissibilità del ricorso

  • Corte Cost. sent. n. 186 del 2000

    Principio richiamato: in mancanza di elementi che escludano la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, è possibile la condanna al versamento a favore della Cassa delle ammende

Massime di principio

  • Per reati permanenti la "data di cessazione della permanenza" (momento consumativo) è decisiva: sono computabili come presofferti solo i periodi di detenzione successivi a tale data.
  • Se la carcerazione sine titulo è stata eseguita prima della cessazione della permanenza del reato, non può essere considerata fungibile e quindi non può essere computata nella determinazione della pena residua ai sensi dell'art. 657 c.p.p.
  • In ricorsi simili è cruciale provare documentalmente e con chiarezza che la permanenza del reato è cessata prima del periodo detentivo che si vuole far computare (es. atti, sentenze, elementi fattuali che mostrino interruzione della condotta).
  • Se l'imputazione è formulata in termini "aperti" (contestazione estesa), occorre comunque dimostrare che la condotta permanente sia cessata prima della detenzione che si chiede di computare; altrimenti il rilievo temporale della cessazione rende irrilevante la disputa sulla data precisa.
  • Quando si propone ricorso in cassazione per questioni di computo di pena, considerare la rilevanza di precedenti di legittimità e presentare argomenti probatori mirati sulla tempistica della condotta permanente per tentare di superare la regola di non computabilità

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