Cassazione Penale, Sentenza n. 23051/2023 del 25/05/2023
Sintesi
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Favorevole al resistente
La controversia
Il ricorrente impugna per vizio di motivazione e violazione di legge l'ordinanza che confermava la misura cautelare (arresti domiciliari poi sostituiti con obbligo di presentazione alla P.G.), sostenendo che la Corte, nonostante il precedente annullamento, ha fornito argomentazioni apodittiche e prive di riferimento concreto alla attuale capacità dell'indagato di commettere ulteriori reati della stessa specie, in particolare tenuto conto della sopravvenuta cessazione del rapporto lavorativo che giustificava i fatti contestati.
La decisione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso ritenendolo infondato. Ha confermato che, anche per reati contro la pubblica amministrazione, la perdita della carica o la cessazione dell'incarico non esclude di per sé la sussistenza di esigenze cautelari, quando persista il rischio concreto che l'agente, anche fuori da funzioni pubbliche, possa rendere probabili ulteriori reati analoghi grazie al suo "know how", alle conoscenze e alla rete di rapporti. La Corte ha ritenuto la motivazione del Tribunale conforme ai principi di diritto e logicamente coerente. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Norme richiamate
art. 416-bis, comma 1, codice penale
La decisione si riferisce alla fattispecie aggravata richiamata nel provvedimento impugnato (testo indica applicazione in relazione alla corruzione continuata aggravata); la Corte utilizza il quadro normativo per giustificare la sussistenza delle esigenze cautelari in presenza di una posizione soggettiva che consente la persistenza del rischio criminale anche dopo la cessazione dell'incarico
Giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez. 2, n. 38832 del 20/07/2017)
Principio secondo cui la perdita della carica non impedisce di per sé l'applicazione di misure cautelari quando sussista un rischio concreto che l'agente possa commettere ulteriori reati analoghi
Giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez. 6, n. 1238 del 03/12/2019, dep. 2020)
Conferma del principio che la posizione soggettiva, le relazioni e il know-how dell'indagato possono rendere probabile la reiterazione delittuosa anche senza incarichi pubblici
Massime di principio
- La cessazione dell'incarico pubblico non esclude automaticamente il rischio di reiterazione di reati contro la pubblica amministrazione; il giudice deve valutare il concreto profilo di pericolosità attuale dell'indagato
- Fattori rilevanti per mantenere misure cautelari: la persistenza di una rete di rapporti illeciti, il "know how" trasferibile, la tendenza a delinquere dimostrata dalle modalità delle condotte precedenti e la possibilità di agire indirettamente tramite terzi
- La motivazione delle misure cautelari deve fornire argomentazioni logiche e riferimenti concreti al rischio attuale e non limitarsi ad affermazioni generiche o apodittiche
- Se il giudice ritiene sussistenti esigenze cautelari nonostante la cessazione dell'incarico, deve comunque considerare la proporzionalità della misura e, se possibile, optare per misure meno afflittive adeguate a neutralizzare il rischio (es. obblighi di presentazione, divieti di contatto)
- In ipotesi simili, la difesa dovrebbe documentare la diminuzione oggettiva del rischio (assenza di contatti operativi, perdita di influenza, mancato accesso a mezzi per commettere reati) per ottenere la revoca o la sostituzione della misura cautelare
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